Un ricordo di Plinio Perilli a cura di Letizia Leone
Ho avuto il privilegio di presentare e festeggiare Plinio Perilli al suo ultimo compleanno, insieme ad una costellazione di amici poeti, alla libreria Mondadori di via Piave a Roma. Lui stesso volle intitolare quella festa della parola e dell’amicizia La poesia che abbiamo attraversato, con una formula densa di implicazioni che oggi nel riverbero della sua assenza, si svela come congedo o presagio.
In quel titolo, Plinio non ha declinato l’esperienza lirica al singolare — la poesia che ho scritto o la poesia che ho letto —, ma ha evocato un plurale di coinvolgimento corale. E qui risalta la qualità dell’uomo disinteressato a celebrare sé stesso ma piuttosto intenzionato a inaugurare uno spazio di risonanza per l’essere-insieme nell’aura del verso.
Da non sottovalutare, inoltre, la pregnanza semantica dell’idea di attraversamento. Chi attraversa la regione della poesia non la possiede come spazio definito, né la consuma come merce dell’industria culturale, ma la rivela come un luogo dell’andare, un mettersi in cammino che fa dell’esperienza della poesia (e della cultura in toto) un modus vivendi, laddove la ricerca di bellezza e conoscenza illumina la quotidianità.

Il compito assegnatomi nell’occasione di quell’incontro si rivelò una sfida impossibile: riassumere la complessità dell’attività di una vita intera in pochissimo tempo. Provai così a dipanare alcuni fili luminosi che provo a tracciare qui di seguito.
La poesia di Plinio è in primis un vasto repertorio umanistico, una peculiare antropologia in cui l’umano si costituisce attraverso l’interconnessione dinamica di arte, pittura, cinema, letteratura, musica ed esperienza vissuta.
Siamo di fronte a ciò che l’autore stesso definisce un «Museo dell’Uomo»: «Museo dell’Uomo come poesia ininterrotta, interconnessa, sinestetica» dove ogni frammento di esistenza risponde a una costante interrogazione esistenziale e metafisica.
Ciò che abbiamo di fronte con la scrittura di Plinio – sia essa in versi o in quella forma di saggistica che da Eliot a Ungaretti, da Leopardi a Mandel’štam, dimostra come i poeti siano spesso critici speciali per la loro intensa carica immaginativa, – è macro-scrittura implicata in una rete vastissima di connessioni. La sua tensione all’enciclopedismo ha trovato forma in opere interdisciplinari come Storia dell’arte in poesia (1990), Melodie della Terra (1998) e Cinema/architettura “Costruire lo sguardo”. Storia sinestetica del cinema in 40 grandi registi (2009)
Ecco, le sue conferenze erano esattamente questo: non lezioni ex cattedra ma sistemi dialogici aperti e inclusivi. Il suo parlare gettava ponti, attivava connessioni e analogie, corrispondenze con tutti i campi della cultura esperiti in anni di studi, incontri e ricerche. Una conoscenza esperienziale, vissuta, somatica. I suoi discorsi appassionati erano lunghe peregrinazioni ed erranze attraverso la nostra memoria collettiva: Plinio aveva la capacità di connettere un frammento di pittura del Quattrocento con una sequenza cinematografica, con il verso di un classico o un aneddoto inedito, nello spazio di un secondo.
Il libro-summa Museo dell’Uomo – poesie e poemetti 1994-2020 (Zona Editrice) è l’emblema di questa pratica.

Libro questo che potrebbe trovare la sua giusta collocazione in uno scaffale virtuale di testimonianza umanistica accanto a certi volumi che ormai vengono raramente sfogliati. Libri-cattedrale come certi repertori dell’umanesimo che oggi rischiamo di non sfogliare più ma che costituiscono l’ossatura della nostra tradizione e identità: parliamo di opere come La Letteratura Europea e Medioevo latino di Ernst Robert Curtius o l’atlante iconografico Mnemosyne di Aby Warburg, gli studi filologici e visivi di Giovanni Pozzi oppure la biblioteca infinita e i labirinti testuali di Jorge Luis Borges. Architetture ellittiche che enfatizzano la memoria, i confronti transdisciplinari, l’interpretazione espansa.
E noi, giunti al crocevia di una grande catastrofe culturale, alla «fine del millennio del libro» come afferma Curtius, e alla svalutazione algoritmica della dimensione percettiva, somatica della conoscenza, abbiamo urgenza di una poesia come questa che ha i suoi cardini in Vico, Leopardi, Dante.
Allora basterebbe già solo il primo poemetto “Adamo disteso” ispirato all’opera di Manzù del 1972 per entrare nell’essenza della poetica di Plinio laddove il poeta ci immette subito nella scrittura dell’inizio (personale e storica) attraverso un procedimento ecfrastico. Una preziosa reciprocità di sguardo tra lettore-artista e spettatore-poeta che innesca un circolo virtuoso ricco di sviluppi e imprevisti. Gli esempi sono molteplici, da Jacopo della Quercia, Il bacio a Ilaria, agli Angeli di Paul Klee… Unarelazione in divenire in grado di rivelare quello che è stato definito l’«elemento dormiente» nel quadro, l’«indipinto», ciò che resta fuori dalla prospettiva del pittore ma riesce a convocare il poeta (e i fantasmi dell’inconscio) oltre la cornice, fuori dal quadro.
Plinio in Adamo disteso pone sullo stesso piano, anzi interseca in modo inestricabile, creazione artistica e creazione divina.
Qui si parte da Adamo, dalla Genesi biblica oppure dal Libro della fomazione (Sefer Yesirah) della mistica ebraica dove le lettere dell’alfabeto sacro sono i mattoni che sigillano la creazione. (L’alfabeto è, insieme origine del linguaggio, origine dell’essere, origine della coscienza): …e Nulla ero / nel prima ma tutto era già stato, come parola / riassume il gesto, il pensiero, la carezza che un Padre / ama fare al figlio: ed io proprio da questa sono nato. La parola, il verbum…
Questo Adamo d’oro disteso è come l’uomo sotto il firmamento di un quadro di Anselm Kiefer. Non a caso segue il testo di Planetario, laddove si stabiliscono punti di osservazione in direzione dell’infinito cosmico che può a volte coincidere anche con la visione di Giordano Bruno.
La posizione dell’uomo modellato nella creta è orizzontale, postura che richiama “l’esser-gettato-nel-mondo”, condizione di gettatezza (che non è solo condizione passiva ma apre al concetto di possibilità) dalla quale prende avvio il cammino, (un cammino a piedi con gli strumenti della poesia, un viaggio anche biografico realizzato con l’amico Eraldo Affinati). Cammino come elevazione, verticalizzarsi dell’uomo, entrata nella Storia dove l’evento della parola poetica si lega alla cura e all’autenticità.
La poesia di Plinio ha una prospettiva cosmica e storica. Una poesia in cammino verso l’orizzonte degli eventi che si muovono con noi (Auschwitz ’95, le Twin Ttowers, il Risorgimento, gli amori, le amicizie letterarie…): un attraversamento che nella coscienza poetica diventa moto cordiale, empatico.
Cuore, altra parola chiave. Desueta e anacronistica come anima, sostituita dal termine psiche coniato nelle pratiche cliniche. Questo passaggio al cuore è una mossa di poiesis, metaforica, creativa, immaginale.
Non è un caso che Cuore, il cuore rivelato nel petto, locus intimo, nucleo, “cuore agostiniano” sia la parola pulsante che apre il libro così come sempre il cuore, (quale via regale di conoscenza passionale, Anima mundi) chiude il libro: l’amore che all’amore / parla in silenzio, gli offre tutto il cuore.
La vocazione euristica e creativa di Plinio, fecondata da quella formidabile matrice dantesca, era debordante. Un fuoco sacro.
Oggi, lo sguardo della storia si posa su di lui e lo contempla immobile come quell’Adamo d’oro di Manzù o l’Adamo disteso di Kiefer: una creatura glorificata sotto l’infinto del firmamento. Ci piace pensarlo così: Poeta con gli occhi rivolti per sempre alle stelle.
Forse io da sempre, disteso, attendo di nascermi:
uomo, corpo già grande come un eroe del Nulla,
atleta d’ogni giorno: e troverò forza, materia,
proprio da questo fango, fino a mutarlo in oro …
Freme la coscia del sangue che presto m’avverrà,
come avvengono gli occhi, le mani che tuttora
confondono pugni e dita, e labbra che non parlano.

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Leggi anche il ricordo di Giorgio Lingugaglossa, a cura di Letizia Leone.
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