Giorgio Linguaglossa (1949-2026) poeta-filosofo eterodosso con lo sguardo rivolto al futuro è stato un ricercatore che ha utilizzato il filtro della poesia per portare avanti una spietata analisi critica della contemporaneità. La piattaforma on line “L’Ombra delle Parole” fondata nel 2013, è stata la sua officina per le riparazioni di una parola poetica agonizzante, officina aperta ventiquattr’ore su ventiquattro, spazio di riflessione e dialogo oltre che immenso archivio di poesia internazionale. Soprattutto, il format del blog, ha incrementato la vocazione all’esperimento aprendo le porte a un laboratorio collettivo per la distillazione di nuove forme poetiche. Lo spazio virtuale ha riunito in sodalizio poeti diversi per stile ed esperienze, un gruppo assiduo di ricerca orientato a definire un nuovo paradigma per la poesia, dalla Nuova Ontologia Estetica alla Poetry Kitchen.

Un discorso critico “contro” quello di Linguaglossa: “contro l’arte ammaestrata, la critica ammaestrata…”, soprattutto oggi che la produzione incoraggia un’arte moralistica, retorica e facilmente consumabile. E soprattutto nell’ambito del diluvio delle scritture privatistiche ed epigoniche (e dell’io lirico di un dolorificio permanente) che alimentano il vuoto ontologico. Giorgio si è interrogato con quotidiana assiduità: “quale arte resta da fare?”
Interrogazione filosofica che esige una risposta ‘poietica’ nell’ambito della crisi della rappresentazione: “La dismetria profilattica del mondo di oggi produce il kitchen distopico, una rottura. Oggi, nel Dopo il post-moderno, nel villaggio ex-globale diventato glocale, assistiamo ogni giorno al crollo della Coscienza quale luogo privilegiato della riflessività. Ed è crollata anche la poiesis fondata sulle fondamenta di quel luogo…dunque crisi della Rappresentazione prospettica e crisi della rappresentazione tout court…Dopo le avanguardie non ci saranno più avanguardie, né retroguardie, le rivoluzioni artistiche e non, non si faranno né in marsina né in canottiera. Non si faranno affatto. Ci troviamo all’interno di un gioco di specchi, in un grande salone le cui pareti sono fatte di specchi. Ciò che vediamo sono le illusorie metastasi della realtà.”

Basta estrapolare a caso un frammento dal discorso critico di Giorgio Linguaglossa per riannodare i fili della sua interminabile riflessione filosofico-poetica testimoniata nel tempo dalla fondazione del quadrimestrale “Poiesis” (1993-2005) dove viene siglato il Manifesto della Nuova Poesia Metafisica (2005).
L’attività poliedrica di Linguaglossa si sviluppa in parallelo tra creatività, critica e riflessione filosofica così come ha ben espresso Giuseppe Pedota nel saggio La nuova poesia ontologica di Giorgio Linguaglossa (2007): “La poesia contemporanea diventa così il luogo dove si incontra una mixture di prosa e poesia, di poesia e filosofia, di poesia e saggistica, poesia e reperti di esistenzialia”…laddove la poesia de La belligeranza del Tramonto (2006) converge su un assioma fondamentale, e cioè pensare la Bellezza nell’epoca della belligeranza universale…”Un po’ come Omero pensa la bellezza di Elena”.
Se il fare poietico deve ripartire da ‘Dopo la metafisica’ e ‘Dopo la morte del soggetto cartesiano’, allora la poesia ha il compito inevitabile di rifondare sé stessa, e ciò richiede uno sforzo disumano.
Posso testimoniare la creatività febbrile di quest’ultimo anno di Giorgio, quasi fosse stato abitato da un presentimento di fine che rifiutava, considerando la malattia un fastidio relativo a qualcosa di transitorio. Leggero e ottimista, quando gli si chiedeva “come stai?”, rispondeva “bene, benissimo” con voce squillante, perfino all’ultima visita oncologica lasciò i medici stupiti affermando che si sentiva bene. Forse avrà pensato che il suo inconscio avrebbe avuto la meglio sulla realtà, o che avrebbe decostruito il male fisico nel rimuovere o minimizzare il dolore, nel non voler dare udienza, fino all’ultimo, alla malattia e al fato. Purtroppo, restano numerosissimi progetti abbozzati e incompiuti, ma Giorgio lascia una testimonianza importante ed esaustiva sullo stato della poesia moderna.
Redattore del trimestrale di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole” (edizioni Progetto Cultura) ha curato gli ultimi due numeri speciali dedicati alla relazione tra Poesia e intelligenza artificiale. Due voluminosi quaderni presentati alla Fiera dell’Editoria di Roma “Più libri, più liberi” con grande successo di pubblico data l’urgenza dello studio sulla poesia nell’epoca della sua riproducibilità digitale: “Il capitalismo algoritmico ha implementato il capitalismo cognitivo fornendogli possibilità illimitate di espansione (e di distruzione). L’intelligenza artificiale è in grado di creare e interpretare in modo impeccabile poesia e romanzi di autori i più diversi…E allora la ‘nuova poesia’ reagisce, non può che procedere in modo dialettico: andare a prendersi le parole dal futuro in quanto le dimensioni futuro/presente si sono invertite…”. Due volumi che sono un prontuario sul contemporaneo adatto alla consultazione per lemmi o argomenti: L’età della paranoia, Il frammento, Parallasse e Serendipity, il Kitchen e il distopico, L’ipnocrazia algoritmica, La poesia nell’età della catastrofe permanente, ChatGtp commenta le poesie ecc. ecc…

Bastino questi pochi titoli di articoli a dare un’idea della vastità e complessità delle questioni che rientravano nella pratica ermeneutica quotidiana di Giorgio Linguaglossa. Una strenua disciplina del pensiero rivolto alla poesia.
La teorizzazione della Poetry Kitchen viene sviluppata coralmente negli anni sul blog L’Ombra delle parole e fermata in diversi libri teorici e antologie poetiche: Poetry Kitchen (2022), L’elefante sta bene in salotto (2022), Poetry Kitchen (2023) tutti editi da Edizioni Progetto Cultura. Scrive a proposito Linguaglossa sulla testualità ibrida della poiesis kitchen; “La poesia ha finalmente fatto ingresso in cucina, ha lasciato i salotti degli intellettuali e gli androni con le colonne neoclassiche delle abitazioni borghesi e si è introdotta in cucina. Il mondo è diventato un gigantesco ready made. Il fare kitchen è in rapporto convenevole con gli ingredienti che troviamo nella dispensa: qualsiasi «real object» può essere «ready made» e può diventare arte. Ciò che Lyotard chiamava il «sublime tecnologico» potremmo tradurlo con il nostro linguaggio come poiesis kitchen. La fine della metafisica ci pone davanti a questo nuovo orizzonte nel quale viene a cadere il confine che per duemilaecinquecento anni ha costruito la poiesis sulla nozione aristotelica di mimesis. L’Arte, nell’accezione hegeliana, scende dal suo piedistallo per entrare nella catena di montaggio della comunicazione e replicazione mediatica e nell’industria della obsolescenza culturale programmata.”

Aperture e feconde connessioni con tutti i campi del sapere hanno reso la riflessione poetica un campo dinamico. Ad esempio, la versione della meccanica quantistica del 1949 di Richard Feynman: “L’elettrone fa tutto ciò che vuole. Va in qualsiasi direzione con qualsiasi velocità, avanti indietro nel tempo, fa come gli pare, e poi si sommano le ampiezze e si ottiene la funzione d’onda”, è presa a modello di una variante adattata alla Poetry Kitchen: “La parola fa tutto ciò che vuole. Va in qualsiasi direzione con qualsiasi velocità, avanti e indietro nel tempo, fa come gli pare, e poi si sommano le ampiezze e si ottiene la funzione poetica”.
A seguire nel tempo altri volumi a dimostrazione di un costante work in progress: gli Avatar sostituiscono i poeti reali dopo una deflagrazione sul pianeta Terra. “I superstiti sono trasmigrati su vari pianeti e parlano tramite degli Avatar. Improvvisamente questi Avatar si scoprono liberi dalla prigionia dell’io… AAVV. Exodus – Voci dagli Avatar dagli esopianeti (Edizioni Progetto Cultura, 2025) dove tra gli autori individuiamo il nucleo stabile dei poeti Kitchen: Tiziana Antonilli, Alfonso Cataldi, Raffaele Ciccarone Marie Laure Colasson, Giuseppe Gallo, Francesco Paolo Intini, Letizia Leone, Giorgio Linguaglossa, Mimmo Pugliese, Antonio Sagredo, Giuseppe Talia. E qui aggiungo i fondamentali contributi offerti nel tempo nella ricerca di un nuovo paradigma poetico di Gino Rago, Mario Gabriele e Lucio Tosi.
Non dimentichiamo l’eccessiva e distopica corrispondenza di Excalibur – Voci di due Avatar da pianeti disseminati nel cosmo (Edizioni Progetto Cultura, 2024)
L’ultima raccolta organica di poesie di Giorgio Linguaglossa è del 2018, Il tedio di Dio (Viaggio nel paese delle ombre), (Edizioni Progetto Cultura), metapoesia corredata da una missiva che esemplifica i presupposti ontologici della nuova poesia: “Nella nuova poesia non c’è un senso compiuto e totalizzante. Il senso si costruisce mentre si decostruisce. Non si dà il senso ma i sensi. Una molteplicità di sensi e di punti di vista.”
Il discorso poetico procede per schegge, frammenti, dis-locazioni, straniamenti, disorientamenti perché “Il discorso poetico è già diventato una menzogna”. Forse il poeta ha imparato dov’è nascosta l’autenticità, nei “frammenti” di vita, importantissimi “reperti di un’antica città morta”. “Il frammento un tempo è stato vita, reca la traccia di tutte le contraddizioni, di tutte le illusioni, di tutte le sconfitte e di tutti gli amori…C’è in essi l’ombra della morte, perché il passato è già morte. Ma è stato anche vita, la nostra vita.”
Ci resta (ultronea, filosofica, umanissima) la poesia di Giorgio all’ombra di un’interrogazione fondamentale alla quale ognuno può rispondere in fondo come preferisce. Giorgio forse, in questo momento, conosce fatalmente la risposta:
Chiesi ad Atropo
“Perché la morte?” Chiesi ad Atropo.
E rammentai l’infantile inconsapevolezza dei trogloditi
che giocano con la morte come bambini perché non la riconoscono,
e non la temono.
La dea mi degnò un sorriso evanescente,
come di chi non capisce la domanda. E si sottrasse
(…)
perché nella infinità del tempo circolare nessun evento
è sé stesso, nessun istante è divisibile.
É il tempo del logos
che può essere solo rivissuto nella apparenza,
e contemplato come Forma.
Nel tempo della durata infinita invece ogni istante è sé stesso
ma ogni istante supera il precedente nell’infinito
ed ogni morte è morte per sempre nell’infinità dell’infinito.
Nel tempo infinito gli eventi si ripeteranno per sempre.
All’infinito.
(…)
“Essi sono morti per il freddo che hanno respirato – pensai
con revulsione-
E il gelo è penetrato dentro le loro ossa”;
ma fu appena un pensiero che scacciai in fretta.
“Forse sono sempre stati morti…”

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