“Collasso gravitazionale” di Stefano D’Angelo, letto da Letizia Leone

Il maestro Anselm Kiefer sistema alcuni dettagli della sua opera omaggio a Van Gogh con il suo Cielo Stellato
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Stefano D’Angelo, Collasso gravitazionale, Lithos Editrice, 2026 – Una ermeneutica di Letizia Leone

La poesia di Stefano D’Angelo abita la soglia della dissoluzione. Appartiene a quelle scritture della catastrofe, inaugurate dalla Waste Land eliotiana, che esulano, o per meglio dire, avversano ogni intenzione consolatoria sebbene poi i loro ‘manifesti’ appaiano invecchiati di un secolo e la catastrofe annunciata, sia stata apaticamente prorogata o normalizzata a stato esistenziale.

É Giorgio Agamben che prospetta questa nostra contemporaneità come “catastrofe, estrema propaggine della metafisica” sostenendo il paradosso che proprio in tale situazione sia possibile fare esperienza del linguaggio stesso nell’ambito di un linguaggio mediatico superficiario che evita accuratamente di parlarci di ciò che abbiamo di fronte.

Oggi un poeta accorto non può che praticare un tipo di scrittura instabile, giocata sull’esperimento e l’equilibrismo. Nell’arco di una ricerca che si dipana per oltre trent’anni, dal 1985 al 2026, Stefano D’Angelo metabolizzate le esperienze del modernismo e postmodernismo, è già dentro il linguaggio del trauma.

D’Angelo è l’erede scettico di un archivio contaminato dal vuoto e dall’assenza, e sebbene i suoi testi risuonino da lontananze mitiche, il mithos è il controcanto della fine della Storia, del Telos o del racconto. Se il centro di gravità del senso, e della Realtà, è collassato, materiali linguistici eterogenei vagano nell’etere. Sono i simulacri di una fiorente civiltà umanistica alle spalle.

Le poesie di “Collasso gravitazionale” (e il libro si configura come una summa cronologica revisionata) veicolano questo stato di paralisi permanente.

Copertina del volume "Collasso Gravitazionale" di Stefano D'Angelo, edizioni Lithos, 2026.

L’affermazione che la Realtà sia sparita non è da intendere che lo sia materialmente, ma semiologicamente quale fondamento del significante: “Non è più possibile partire dal reale e fabbricare l’irreale, l’immaginario a partire dai dati del reale. Il processo sarà piuttosto l’inverso: si tratterà (…) di reinventare il reale come finzione…” Citando Baudrillard ci si chiede quale poiesis in un sistema che precipita nell’indeterminazione, quale poiesis “quando tutta la realtà è assorbita dall’iperrealtà del codice e della simulazione”?

Giogio Linguaglossa analizza il profondo cambiamento nella percezione collettiva: “Il fantasma globale di catastrofe che aleggia sul mondo contemporaneo finisce paradossalmente per risolversi nella sensazione che non avvenga più niente di reale, che la catastrofe sia in realtà soltanto una fantasia, un incubo veicolato dai media e dalla cineteca dei film dell’horror.”

In questa situazione emotiva di fondo, Stefano D’Angelo incontra la lingua come luogo spettrale infestato di macerie linguistiche, metafore stravolte, parole consumate, sovraccariche di informazioni e dunque depotenziate. Dentro l’io di un tale poeta troviamo molte voci. Troviamo parole-spettri che continuano a vagare nell’etere:

Cancelli di ville esili come scheletri
ed ectoplasmi di statue lunari
camminano solennemente nello spazio
Sullo scafo malconcio della memoria
Nella città in festa (…)
E anch’io, sapete, ho le mie visioni
Proprio come i santi….

Si può affermare che il discorso del nostro autore si muova in prossimità della ricerca di una nuova ontologia estetica così come teorizzata da Linguaglossa (in consonanza con i molti poeti gravitanti intorno alla rivista “L’Ombra delle parole”), il quale firma una lucidissima ed esplicativa ermeneutica riportata nell’appendice che correda il libro.

Lo spazio poetico in D’Angelo ha archiviato ogni trionfo della soggettività. L’io lirico e con le sue code elegiache ha ceduto terreno all’interrogazione metatestuale. Testo e metatesto. La sua scrittura è disseminata di figure mitiche e storiche, alter-ego, avatar, fantasmi, alienati dal loro contesto originario…entità “inoperose” in un ambito semantico (per usare la categoria di Agamben) disorientate dalla perdita di un’origine o fondamento. Diventano figure instabili, ridondanze, correlativi: lo schiavo di Ercolano, Amundsen, la Sfinge, l’impiegato (a cena con miss Kapital), Tersite…Tali figure straniate dalla loro funzione vengono restituite a inedite possibilità di senso. Così come il vasto magma di oggetti, cianfrusaglie o resti di un modernariato simbolico inutilizzabile.

Altro aspetto importante è la vocazione teatrale di D’Angelo. Certi suoi testi estesi in lunghe ‘narrazioni’ o monologhi sembrano scritti per una declamazione che restituisca alla poesia la sua originaria dimensione orale: (Il sipario, è strappato. L’attore, inesistente. I secoli, ammassati come clandestini, dipinti da un pittore medievale che ha dimenticato la prospettiva) Eppure il suo, già nelle intenzioni si rivela teatro dell’assurdo: scenografia piatta, attore inesistente, cavea vuota, palcoscenico dove non accade più nulla, spazio dell’apparire, metafora della contemporaneità. Fine dell’opera è il titolo dell’ultima produzione del 2025.

Eppure, questo lirismo della disillusione mantiene intatta quella fascinazione fisico-sensistica tipica della poesia:

E io mi vedo, che dai dadi m’hai tratto,
Sono una biscottiera vuota
Monumento al tuo paese immobile.

Se le certezze umanistiche e storiche si sono esaurite, se il relativismo epistemologico o l’algoritmo hanno aperto la strada alla simulazione, “l’uomo senza contenuto” ritrova piena libertà performativa, …la piazza mi riduce a carta di caramella / con un po’ di vento sono libero…l’artista non è più vincolato ad una estetica precotta del ‘bello’ o  del dolore,  o a un’arte teleologica, ma la sua libertà disorientante si manifesta di volta in volta in una plasticità aperta e performativa: ho particolare predisposizione alla metamorfosi / adesso, da carta-caramella a uomo…Chi è il poeta? Questa è la domanda implicita che di volta in volta sottende alla fondazione ontologica del proprio fare artistico. L’artista/poeta “senza contenuto” è faticosamente libero. E può sperimentare la possibilità stessa del creare rendendo la sua opera trasparente come un’officina linguistica aperta a tutti i visitatori. Nel discorso poetico di D’Angelo il movimento resta sempre discendente: il crollo, la caduta, la colata lavica della Storia…E l’arte, la poesia come ultima attività metafisica nel tramonto dell’occidente. Eppure il verso nonostante tutto resite, …senza cadere il bagliore delle mosche / continua disperato intorno a questa pozza…il poeta continua a parlare anche se il mondo non risponde.

E con questa brutta giornata
Tersite non può far altro che andarsene in giro
per musei, incerti timidi passi furtivamente,
nella Storia
e vetrate, e chincaglierie annerite, lo sento
qualcuno bussa con la disperazione dei
millenni
ma i musei bisogna conservarli,
catturano il sole che fu della terra
e ora accarezza le stanze e gli ori
come un’acuta leucemia.
Che brutta giornata, dice Tersite,
forse pioverà,
E il silenzio delle sale è tutto qui, sotto le volte
Il gotico fiammeggiante di furiosi temporali
nasconde armature di crociati uccisi, o
Alice con il suo cappellaio matto
nasconde i marchi sempre osanna
della cine vision. Ma è in gallerie più interne,
dove la viva oscurità stende un riso non
spiegato da cartelli
sul viso delle statue…Ecco, l’uomo senza
peso,
l’uomo sottile e fischiettante, il vuoto
il super vuoto di Eridano.
Nemmeno io posso guardarlo, pensa Tersite,
e il buio lo solidifica in glorioso ebano
Tersite. Buffone greco.

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