L’ombra di Pulcinella si aggira nel cimitero dell’Arte Italiana

Riflessioni sulla mostra Tragicomica al MAXXI

Curata da Andrea Bellini e Francesco Stocchi, l’esposizione occupa le gallerie 2 e 3 con una densità di oltre 300 opere e 130 artisti, a sottolineare l’ambizione di una operazione che vuole marcare un segno nella vicenda dell’arte contemporanea italiana (e già per questo motivo merita una visita e una attenta riflessione)

Il titolo stesso, pur nell’ambizione di intercettare una condizione esistenziale profonda, solleva un interrogativo inquietante: l’arte italiana è condannata a essere l’eterna giullare di una tragedia che non sa più recitare?  

L’operazione “Tragicomica” non nasce dal nulla, ma si configura come la versione “ipertrofica” e istituzionalmente più pesante di una ricerca già avviata al MAMbo di Bologna nel 2025 con la mostra Facile ironia. La continuità tra i due progetti è tale da sfiorare il plagio concettuale: le statistiche rivelano una sovrapposizione dell’80% nel roster degli artisti coinvolti. Tuttavia, nel passaggio dalla “facile ironia” emiliana alla “tragicomicità” romana, il baricentro si sposta verso una dimensione ontologica. Il tragicomico non è più solo un dispositivo retorico, ma una “condizione da abitare”, una tensione irrisolta che riconosce nel paradosso l’unica verità possibile dell’esistenza post-moderna. Una condizione che non implica forse un’accettazione passiva dello stato di fatto?

Mostra Tragicomica MAXXI

Se il MAXXI agisce come la cassa di risonanza di un’intuizione nata in contesti più agili, trasformando un tema di ricerca in un canone, il rischio è quello di musealizzare il disincanto, elevandolo a forma suprema di (r-)esistenza intellettuale, che però, basandosi su un’accettazione del “già noto”, a conti fatti si rivela sterile (la scelta dei curatori tra l’altro appare un comodo rifugio nel pantheon dei soliti noti secondo una linea di ricerca anch’essa già nota). La mostra procede spogliando le opere celebrate della loro aura sacrale per rivelarne il nucleo ludico e dissacrante. L’incipit è emblematico: un lavoro di Lucio Fontana che recita “Io sono un santo” sul fronte e “Io sono una carogna” sul retro. Questo autoritratto scompiglia la retorica dell’artista come figura eletta, introducendo il tema dell’ambiguità che attraversa tutto l’allestimento. In questa rilettura, l’Arte Povera perde la sua tensione energetica e processuale per diventare un insieme di “posture antieroiche” (forse i quegli anni a ridosso del ‘68 e aveva un senso di rottura dissacrante, che però oggi ha perso del tutto). Pino Pascali viene ridotto a un creatore di giochi tragicomici; Alighiero Boetti a uno sfidante ironico dell’impossibilità del tutto; Luciano Fabro a un sarto di farse economiche con la sua “Italia all’asta”. Persino la Transavanguardia di Cucchi viene arruolata in questo esercizio di “ghigno beffardo” come unico antidoto al dramma del vivere.

La domanda sorge spontanea: se l’artista è solo colui che sa “diluire la catastrofe nel riso”, non stiamo forse assistendo alla trasformazione dell’intellettuale in un buffone di corte che intrattiene gli ospiti mentre il castello brucia? Il tentativo del MAXXI di riconnettere l’arte contemporanea con il grande pubblico passa attraverso una chiave di lettura semplificata, quasi rassicurante. L’ironia, linguaggio inclusivo per eccellenza, permette allo spettatore di abbassare le difese, ma lo fa a un prezzo altissimo. L’allestimento denso e “ipertrofico” costringe a un corpo a corpo con l’opera che la critica ha già etichettato come potenzialmente generatore di un “effetto luna park”, nel quale la complessità della tensione tra riso e dolore rischia di essere sacrificata sull’altare di una risata facile, trasformando il museo in un luogo di intrattenimento superficiale.

Questa “sospensione della razionalità” trova tuttavia un fondamento teorico nell’esperienza del lockdown da Covid-19. La mostra suggerisce che la pandemia sia stata la rivelazione definitiva di una condizione umana intrinsecamente tragicomica, dove il dramma globale conviveva con la farsa delle relazioni mediate dagli schermi. L’opera di Paola Pivi, con i suoi 25.000 Covid Jokes, diventa il baricentro di una riflessione che vede nell’ironia l’unica risposta possibile al trauma. È qui che Pulcinella si fa strada: l’arte risponde alla catastrofe non con l’epica, ma con la cura dell’insignificante, del “piccolo nécéssaire” per l’oltretomba.

L’analisi non può ignorare il contesto sistemico di Roma. La capitale vive una situazione paradossale: fulcro di grandi istituzioni pubbliche e commesse statali imponenti, soffre però di una cronica assenza di un mercato dell’arte dinamico. Mentre il cuore pulsante del collezionismo risiede a Milano, Roma si affida al supporto istituzionale e a progetti come l’Italian Council 2026 (che stanzia 2,7 milioni di euro per la promozione nazionale) per mantenere in vita un sistema che non sta attraversando un momento particolarmente felice (il 2025 ha visto il mercato contrarsi del 2% nonostante l’abbassamento dell’IVA al 5%). In questo scenario di fragilità strutturale, mostre come “Tragicomica” appaiono come isole felici alimentate dal settore pubblico, dove il valore delle opere è slegato dalla loro effettiva tenuta di mercato. Tuttavia il rischio che gli artisti, privati di un ecosistema che ne sostenga il valore economico oltre quello istituzionale, diventino una “specie in via di estinzione”, costretti a recitare la parte dei giullari per giustificare la propria sopravvivenza, è reale. 

mostra Tragicomica MAXXI

Se da una parte “Tragicomica” può essere considerata un’operazione coraggiosa, che riesce a proporre una “nuova visione del già noto”, dall’altra lo fa chiudendo le porte a ogni possibile sviluppo affermativo o “eroico” dell’arte. Se l’eredità di questa mostra è la consapevolezza che, di fronte alla catastrofe, l’unica razionalità superstite è quella che sa ridere di sé stessa, allora l’artista ha ufficialmente smesso i panni del demiurgo per indossare quelli di Pulcinella.  Mappare l’identità culturale attraverso lo sberleffo e la fragilità è una scelta politica ambigua e “bipartisan”. che non scontenta nessuno. Roma risponde alla crisi con la forza di una narrazione che rifiuta la tragedia per abbracciare il paradosso. Tuttavia, passeggiando tra le gallerie del MAXXI, resta la sensazione che questo “cimitero dell’arte” sia troppo affollato di fantasmi del passato, e che l’ombra di Pulcinella, pur ridendo, stia in realtà vegliando su un’assenza di futuro. L’inaugurazione della mostra “Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi” al MAXXI di Roma non rappresenta quindi solo un evento espositivo di proporzioni monumentali; è una dichiarazione di resa travestita da operazione intellettuale.

Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento a oggi”, Maxxi (Roma, Via Guido Reni 4a), dal 2 Aprile 2026 al 20 Settembre 2026, a cura di Andrea Bellini, Francesco Stocchi.

https://www.maxxi.art/events/tragicomica

Lorenzo Pompeo ha già pubblicato per noi l’articolo:

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