Per Philippe Ramette, artista francese nato nel 1961 in Borgogna, ad Auxerre nel dipartimento della Yonne, naturalmente dotato per il disegno da egli stesso considerato imprescindibile e propedeutico alla realizzazione di ogni sua opera, immergersi significa innanzitutto contemplare. E contemplare significa dapprima selezionare e guardare con ammirazione, poi lentamente concentrare la mente su un unico pensiero o immagine impressa nella retina, e infine riflettere come farebbe uno specchio. Ma se da una parte riflettere significa brillare, rilucere ed emettere bagliori, dall’altra significa sparire. Dunque ricapitolando, per Philippe Ramette, plasticien cinquantenne che vive e lavora a Parigi, scultore d’ispirazione surrealista nella migliore tradizione francese e fotografo formatosi fra l’Accademia di Belle Arti di Mâcon e la scuola d’arte di Villa Arson a Nizza, immergersi nel verde smeraldo del mare della Corsica o nelle trasparenze bianche e blu dei cieli della Provenza, che poi è lo stesso poiché acqua e aria hanno molte cose in comune, è sinonimo di sparire. E sparire non è altro che sconfinare. Dove sconfinare sta per fare il giro completo e finire dall’altra parte dello specchio.
L’attitudine contemplativa e uno sguardo décalé sul mondo, uno sguardo cioè spostato e dunque alternativo, fanno da intelaiatura alla visione artistica di Ramette e ne sostanziano l’intera produzione d’immagini. L’osservazione nel senso di pratica dell’osservare, da vero regardeur come egli ama definirsi, conduce infatti all’approdo naturale di una ricerca continua e destinata a non essere mai soddisfatta. Senza accorgersene, sospinti dalla forza propulsiva di un’indomabile e istintiva curiosità e dall’incantamento sempre vivo per il Creato, si va come esploratori alla ricerca di cose nuove, da scoprire e aggiungere al bagaglio dell’esperienza. Si arriva infine a sconfinare in un territorio sconosciuto, estremo, a volte sublime e a volte abissale, dove cambiano i punti di vista come cambiano le regole della prospettiva e le leggi della fisica. È un sentimento dell’avventura, il desiderio di conoscenza e di misurarsi prima con se stessi prima e poi con le forze della Natura, che entra in gioco in questi casi e fa da guida irresistibile. È ciò che accade nei racconti di Jules Verne, in cui si scende di ventimila leghe sotto il livello del mare o si cerca coraggiosamente di raggiungere il centro della Terra. Dove ci s’imbarca nella circumnavigazione del globo per illudersi, anche solo per la durata del viaggio, di averlo conquistato.
Ci riferiamo qui a un sentimento o moto naturale dello spirito, che è anzitutto romantico e in questo senso trova nella produzione artistica di Caspar David Friedrich, il pittore tedesco vissuto a cavallo fra il Settecento e l’Ottocento, uno fra gli esempi più alti nella storia dell’arte. Seppure non certo l’unico, basti qui citare almeno alcuni dei più celebri paesaggisti romantici come John Martin e John Robert Cozens, John Constable e Joseph Mallord Turner, nel corso del tempo il modello offerto dall’opera di Friedrich è diventato paradigmatico. Il riferimento primo ogni qualvolta si cerchi di definire uno stato d’animo che per sua natura resta difficile da rappresentare, e ancor più da esprimere a parole. Il Naufragio della Speranza, appunto un olio su tela dipinto da Friedrich nel 1824, potrebbe fare da sfondo e set a un’immagine di Ramette, oppure costituirne l’antefatto ideale. Il relitto del galeone che nel 1819 partecipò alla spedizione artica dell’Ammiraglio William Parry, tragicamente rovesciato in mezzo a lastre di ghiaccio acuminato, fa pensare alla più terribile delle sciagure e al predominio incontrastabile della Natura sull’Uomo.
Ma l’Uomo di Ramette, non si sa se vivo o morto, forse più morto che vivo o più vivo che mai, ha trasceso morte e tragedia sconfinando in un’altra dimensione. Nello specifico, è precipitato fino a toccare il fondo degli abissi. Qui, ironicamente, nel silenzio assoluto del Nulla e nella pace estatica di un improbabile vuoto sottomarino, si fa paradosso in carne e ossa. Tira fuori una mappa e cerca di orientarsi, di localizzare il punto in cui è finito e magari la strada per tornare a casa. Poi prende una scala e ci sale sopra per arrivare a sfiorare il pelo dell’acqua, ma dalla parte opposta a quella che sarebbe normale aspettarsi quando si voglia toccare la superficie del mare con la punta delle dita. Alla fine, si siede su una roccia a meditare sul da farsi, la ventiquattrore nera a pochi passi da lui.
Come nelle opere di Friedrich, nelle immagini di Ramette gli stati d’animo di solitudine e desolazione, e sopraffazione del paesaggio sull’essere umano che lo abita e lo percorre, costituiscono l’elemento centrale della ricerca artistica dell’autore. Ma costituiscono anche l’occasione dalla quale partire nella riflessione esistenziale che l’artista cerca di portare avanti e rappresentare visivamente. Qual è il vero significato delle cose che ci accadono e dei fenomeni di cui siamo di volta in volta protagonisti o spettatori? E quale il ruolo dell’artista all’interno della società in cui vive e lavora, sempre ammesso che ne abbia uno? Non tutto è ciò che sembra, ripeteva sibillino il pittore belga René Magritte, lanciando così una provocazione rivolta all’ordine costituito della società, e una sorta d’invito a mettere in discussione il modo convenzionale in cui abitualmente si pensa e si guarda alle cose. Come le opere di Friedrich, le fotografie di Ramette sono rappresentazioni estreme e sublimi, quindi romantiche nell’accezione più inclusiva del termine. Ma diversamente dalle prime, non sono realistiche e simboliche allo stesso tempo. Piuttosto, sono assurde e surreali. Oniriche anche, poiché non di rado scaturiscono dalle visioni notturne apparse in sogno all’autore, e sottilmente inquietanti.
Protagonista delle immagini di Ramette è un uomo, anche se verrebbe voglia di definirlo un omino, in giacca e cravatta. Questi è sempre vestito di scuro, composto e concentrato, i capelli pettinati con precisione, lo sguardo assorto nella riflessione e nella contemplazione di obiettivi lontani come orizzonti avvistati dal pinnacolo di un vascello. È molto dignitoso nell’attenzione che rivolge ai dettagli e alla cura della sua persona, silenzioso e pensieroso. È finito, non sa neanche lui perché, né saprebbe darne una spiegazione a chi gliela chiedesse, in una situazione difficile, al di fuori da ogni norma e apparentemente piena di pericoli. L’uomo di Ramette è un personaggio al limite e non a caso è sempre collocato su una soglia. Un’ipotetica linea di demarcazione che sta fra il sole e il vuoto, la vita e la morte, la vittoria alata e la più nera e vertiginosa delle cadute. È dunque un personaggio estremo, nonostante le apparenze borghesi e quasi dimesse che evocano la proverbiale impassibilità di certi personaggi di Georges Simenon o l’enigmatica apatia degli scrivani di Herman Melville, sempre in tensione e sotto sforzo, perennemente in bilico fra il tutto e il niente.
La sua tensione è causata da una lotta. Una lotta senza esclusione di colpi che è come un supplizio di Tantalo e che l’omino di Ramette, dalle regioni desertiche e remote in cui è stato catapultato, come il suo alter ego blu di Jean-Michel Folon o il principe di Antoine de Saint-Exupéry, è chiamato a sostenere e alla quale ormai è troppo tardi per sottrarsi. Pertanto, costretto com’è a mantenere una posizione eretta, compatta e bilanciata, pancia in dentro e petto in fuori, in una continua ed estenuante performance esistenziale, egli combatte da fermo. E combatte in silenzio.
Il luogo dove si trova poi, come accennato sopra, è una soglia. Appunto un limite. Il bordo di un baratro, l’orlo di un orrido spaventoso, uno strapiombo senza fondo. È per questo motivo che la sua posa è rigida e come ingessata, non potrebbe essere altrimenti. È un uomo che si trova costantemente in una posizione delicata. La difficile situazione nella quale è obbligato a stare non gli lascia grande libertà di movimento, deve muoversi con estrema cautela. La sua figura fa pensare a un Icaro che debba stare attento a non avvicinarsi troppo al Sole, pena lo scioglimento delle ali di cera che ha montate sulle spalle. O al trapezista di un circo. Un povero funambolo prezzolato per mettere in gioco la sua vita ogni sera, costretto a eseguire un numero di equilibrismo sulla corda, a metri e metri di altezza da terra. Non è un caso che espressioni come tirare la corda o camminare sul filo del rasoio siano molto care all’autore. Ramette l’equilibrista, allora, il funambolo e il trapezista. Ramette l’eroe romantico che draga i fondali degli abissi, e sonda le invisibili traiettorie della volta celeste.
Tuttavia il protagonista di queste immagini, che si tratti di un tecnocrate in fase di stallo o di un commercialista votato alla risoluzione di calcoli che non tornano, un agente di commercio in crisi di mezza età o un impiegato dello Stato perso nei labirinti della burocrazia, presenta anche un risvolto poetico e per così dire scanzonato e leggero. È l’aspetto incarnato da figure come quella dell’omino di Folon, come dicevamo prima, e del principe di de Saint-Exupéry. Stralunato e fluttuante in rarefatte atmosfere oniriche il primo, in esilio su un altro pianeta il secondo. Poi vi sono i personaggi amaramente burlesque del cinema in bianco e nero delle origini. Ad esempio quelli un po’ magici e un po’ diabolici delle fantasmagorie di Georges Méliès, o quelli malinconici e maldestri dei film muti interpretati da Buster Keaton, l’attore americano amato dall’artista al di sopra di ogni altro.
Le fotografie di Philippe Ramette, va ricordato infine, sono sempre al naturale e realizzate in maniera rigorosamente artigianale. Vale a dire senza l’ausilio di tecnologie digitali e ritocchi al computer, ma piuttosto per mezzo di protesi meccaniche realizzate dallo stesso autore e da egli definite sculture-protesi. Questi dispositivi non soltanto svolgono la funzione propriamente fisica e meccanica di sostenere il peso dell’artista durante i lunghi tempi d’attesa che le sessioni di shooting inevitabilmente comportano, ma anche e soprattutto, simbolicamente, di sopperire alle mancanze e alle fragilità dell’anima. Specialmente quando si trovi relegata in condizioni critiche di affanno e difficoltà. E se è sempre vero che nomina sunt consequentia rerum, vale qui la pena rilevare come in Italiano il vocabolo ramette si traduca con piccolo sostegno, piccolo tutore.
Simone Scaloni

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