Quarant’anni di La Mia Africa e l’Eredità di Karen Blixen

Il 18 Dicembre ricorre il quarantesimo anniversario dall’uscita di Out of Africa, il capolavoro cinematografico diretto da Sydney Pollack, con le interpretazioni magnetiche di Meryl Streep e Robert Redford. Il film, vincitore di sette Oscar (tra cui Miglior Film, Miglior Regia e Migliore Colonna Sonora), non è mai stato solo un esercizio di grande produzione hollywoodiana; è la trasposizione emotiva e visiva di un’opera che ha definito il concetto di “esotismo romantico” e, al contempo, di profonda solitudine: il memoir di Karen Blixen (pubblicato con lo pseudonimo Isak Dinesen).

OUT OF AFRICA, from left: Robert Redford, Meryl Streep on the set, 1985. © MCA/Universal: Courtesy

La mia Africa del film è una sinfonia di luce, spazi sconfinati e malinconia, un affresco epico che si apre sul plateau keniota degli altipiani di Ngong, dove l’aristocratica danese Karen Dinesen (poi Blixen) giunse nel 1914 per sposare il Barone Bror Blixen-Finecke e gestire una piantagione di caffè. Ma il film, con la sua narrazione visivamente opulenta, è l’addolcimento di un’esistenza in realtà drammaticamente aspra.

La vera storia di Karen Blixen è un reticolo di scelte radicali, sofferenza fisica ed emotiva. Il suo matrimonio con Bror, un cacciatore avventuroso e infedele, si rivelò subito un fallimento e portò a una malattia che la tormentò per il resto della vita. Fu in questo contesto di disillusione che Karen trovò l’unica vera passione romantica: l’aviatore e cacciatore britannico Denys Finch Hatton (il cui fascino aristocratico è reso con leggerezza e maestria da Redford).

La piantagione di caffè, scelta infelice per l’altitudine, divenne il centro della vita della Blixen e della sua identità, il luogo dove si sentiva non tanto una proprietaria coloniale, quanto la custode di una terra e di un popolo. La Blixen sviluppò un rapporto di profondo rispetto e affetto per i Kikuyu, i cui racconti e la cui dignità nutrirono la sua sensibilità. Ma anche questo amore per la terra si concluse in tragedia: la piantagione fallì economicamente e Denys morì in un incidente aereo nel 1931.

Il film di Pollack cattura l’essenza di questa triplice perdita – l’amore, il luogo e la salute – distillandola in momenti di lirismo assoluto, come il celebre volo in biplano sulla Rift Valley, un’icona cinematografica di libertà e destino ineluttabile.

La Potenza Sonora di John Barry

Un elemento imprescindibile dell’epos cinematografico è la colonna sonora firmata da John Barry, che vinse l’Oscar per il suo lavoro. La musica di Barry non si limita ad accompagnare le immagini, ma amplifica la grandezza del paesaggio africano e la malinconia intrinseca della storia. I temi orchestrali, con le loro ampie melodie e gli arrangiamenti sinfonici, traducono in suono l’immensità e il senso di perdita che pervadono l’opera.

Il tema principale, “Out of Africa (Main Title)”, è diventato sinonimo dell’esotismo romantico e può essere ascoltato qui:

Un altro brano cruciale è “I Had a Farm in Africa”, che accompagna la celebre sequenza del volo sopra la Rift Valley, dove la musica si fonde con l’immagine della libertà inebriante e della bellezza selvaggia:

L’Archivio dell’Anima

Quando Karen Blixen fu costretta a tornare in Danimarca nel 1931, portò con sé solo i ricordi e le storie. Fu allora che l’esperienza visse fu trasmutata in arte. Il memoir La mia Africa è un’opera di una prosa controllata, intrisa di misticismo e fatalismo, dove l’attenzione per l’uomo africano e per la natura va oltre il pittoresco, elevandosi a meditazione sull’esistere.

Pollack ha immortalato la superficie epica di questa vita, creando un classico che celebra l’eleganza di un’epoca che tramonta. Ma il vero impatto del film risiede nella sua capacità di farci percepire l’eco della domanda fondamentale che Blixen si portò dentro fino alla fine: la paura che tutto quel sublime, quel dolore, quell’amore per la terra, non avesse lasciato alcuna traccia nella vasta e indifferente Africa.

Un dubbio che si condensa, in chiusura del suo capolavoro, in versi di una struggente e universale bellezza:

Io conosco il canto dell’Africa,

della giraffa e della luna nuova africana distesa sul suo dorso,

degli aratri sui campi e delle facce sudate delle raccoglitrici di caffè,

ma l’Africa conosce il mio canto?

L’aria sulla pianura fremerà un colore che ho avuto su di me?

E i bambini inventeranno un gioco nel quale ci sia il mio nome?

O la luna piena farà un’ombra sulla ghiaia del viale che mi assomigli?

E le aquile sulle colline Ngong guarderanno

se ci sono?

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