Poesia e Psicanalisi: analogie, corrispondenze, simmetrie. Indagine sulle ragioni di senso. Con testo poetico.

a cura di Stefania Di Lino

<< A volte la patria di uno scrittore è la sua lealtà e il suo coraggio. In realtà possono essere molte le patrie di uno scrittore, e a volte la sua identità dipende soltanto di quello che sta scrivendo.

Possono essere tante, molte, le sue patrie, ma uno solo il passaporto, e quel passaporto non è altro che la qualità della sua scrittura.

Che non vuol dire scrivere bene, questo lo può fare chiunque, ma scrivere meravigliosamente bene. E nemmeno questo, perché chiunque può arrivare a scrivere meravigliosamente.

Quindi, cosa sarebbe una scrittura di qualità? Semplicemente quello che è sempre stato: saper infilare la testa nel buio, saltare nel vuoto, accettare che con la letteratura si rischia la vita.

Correre sul bordo del precipizio: da un lato l’abisso senza fondo e dall’altro le persone che ami, le sorridenti persone che uno ama, e i libri, e gli amici, e il cibo. E accettare questa evidenza, questo rischio, anche se a volte pesa quanto la lapide che ricopre i resti di tutti gli scrittori morti.

La letteratura è un mestiere pericoloso >>

(Roberto Bolaño da Notturno chileno)

Roberto Bolaño

Partendo dall’ affermazione di Bolaño, mi sono chiesta quali possano essere i rischi che si corrono nella letteratura e, in modo più specifico, nella poesia, e quale relazione intercorra tra quest’ultima e la psicoanalisi.

Comincio col dire che in ambedue le discipline si parte in qualche modo da una zona nebulosa, o meglio di non conoscenza, laddove però per conoscenza si intenda un’accezione razionale, positivista, scientista nel senso istituzionale, di puro specialismo accademico universitario. Sia nell’indagine psicanalitica che in quella poetica – quando per ambedue non s’intenda uno sterile esercizio intellettuale fine a stesso – ci si inoltra in una foresta nera in cui si procede da ipovedenti, a tentoni e senza bussola, avendo il “sentore”, e direi anche il “sentire”, di un sapere che, almeno in principio, non si sa di sapere, un sapere “sapiente” per così dire, di vera sapienza che ci riguarda profondamente. Un sapere troppo spesso confinato, sepolto, blindato nel sottofondo dell’inconscio.

Nella pratica poetica e in quella terapeutica, la richiesta iniziale non è tanto di “capire” ma principalmente di ascoltare, essere ascoltati, ascoltarsi, o meglio imparare a farlo.  Si tratta di un allenamento all’ascolto e all’auto ascolto, ed è questo l’elemento caratterizzante anche per tutto l’esercizio della scrittura – ascoltare se stessi insieme ai rumori del mondo, se stessi e la voce dell’Altro.  In noi e fuori di noi, un doppio ascolto, un doppio sguardo. Ascoltare le pause, i silenzi e il non detto che tra questi si cela, respira, ansima, bisbiglia.

E la poesia non è forse ciò che (ancora) non si è detto, ciò che (ancora) non si è scritto? E non va forse cercata tra un rigo e l’altro, o nella pagina bianca (ancora) tutta da scrivere sulla quale, a ben guardare, emerge le lentamente la parola dal fondo lattiginoso?

Giorgio Agamben afferma che la poesia ha più a che vedere con ciò che non dice ma chiama. E cosa chiama? Ciò che è perduto.

Ma per fare questo, ascoltarsi e ascoltare la voce, il richiamo, si deve essere disposti ad entrare integralmente, testa e corpo, nel mare magnum delle emozioni (il vero viaggio), tra i fili intricati della matassa del vissuto emotivo, nella sua rappresentazione simbolica, individuale e collettiva, per trovarne  il bandolo, grazie anche all’apporto dell’analista; si tratta insomma di un lavoro a quattro mani, anche se alla luce dell’ultime esperienze come le Costellazioni Familiari, possiamo ipotizzare che dentro di noi coabitino e si esprimano molte più voci, presenti sia nella terapia che nel dettato poetico.

Nel viaggio della scrittura e della psicoterapia, ovvero nel viaggio in sé stessi, la parola, quindi la voce, si fa strumento insostituibile per aprire passaggi che aiutino ad accedere, a scavare e, non di rado, a spostare montagne, nell’area dell’inconscio, poco visitata e quindi poco conosciuta, ma per questo ancora più presente e ingombrante. Il fine è favorire l’emersione di contenuti altrimenti negati, rimossi, sepolti sotto la soglia dell’io cosciente.  

Nella ricerca della parola-chiave adatta, salvifica come pietra apicale, si contribuisce in tal modo alla creazione di una sorta di nuova lingua, una lingua incontro, che si approfondisce con la pratica psicanalitica, arricchendosi in potenza espressiva più ricca, più articolata e quindi più precisa e circostanziata. E questo non per un mero fatto estetico – calligrafico ridonante e narcisistico fine a sé stesso, ma perché il linguaggio usato, spinto da un’autentica emergenza interiore di conoscenza (“Conosci te stesso” suggerisce la massima filosofica socratica), è costituito nella sua struttura, da una parola-ricerca, la parola-eros, nel senso della libido freudianamente intesa, cioè come un’energia che preme e spinge verso la vita e verso una nuova ricerca di significato. Una parola autentica perché sempre più aderente alla vera natura di sé. Cercare sé stessi, quindi attraverso lo strumento del linguaggio, mediante il dono della parola.

Ed è questa la vera Bellezza del viaggio interiore.      

Ma sappiamo anche che, come Reiner Maria Rilke afferma nelle sue Elegie duinesi, il bello è solo l’inizio del tremendo, e “gli angeli sono tutti tremendi”.

Cosa intendevano dire dunque, in modo diverso e in tempi diversi, sia Rilke che Bolaño?

I due poeti pensatori probabilmente hanno inteso dire che, attraverso la scrittura, si scava principalmente in sé stessi, nelle proprie paure e questo può significare incontrare – forse perché inseguiti, cercati – i propri fantasmi, senza possibilità di fuga.

Come in psicoanalisi ogni “caso”, nella dinamica della reciprocità della relazione (transfert e contro-transfert), deve essere visto come diverso, unico e irrepetibile – si dice che di fronte a un nuovo paziente il terapeuta deve farsi pagina bianca -, quindi il nuovo paziente deve essere vissuto come portatore di contenuti inediti, di sorprese e rivelazioni. E se la Poesia, nella sua “visitazione” ha qualcosa di misterico, a volte di predittivo come i sogni, qualcosa che sfugge alla sfera del dicibile, allora anche la poesia si presenta come un’epifania, come qualcosa che si manifesta improvvisa e indipendente, portatrice di sorprese e svelamenti, prima nascosti persino allo stesso poeta che pure l’ha composta. Una rivelazione che può essere vera e propria agnizione, come in un coup de théâtre, come in una antica tragedia greca.

E qui potremmo approfondire ulteriormente il senso delle parole dei poeti suddetti, perché l’agnizione, nel teatro classico, è la rivelazione finale di un’identità fino a quel momento sconosciuta. L’agnizione è l’atto finale in cui la verità fa finalmente il suo ingresso in scena.

<< Nel mondo a venire non mi si chiederà: ‘Perché non sei stato Mosè?’;

mi si chiederà invece: ‘Perché non sei stato Zush?’ >>.

(Rebbe Reb Zush, filosofo tzaddik)

Ed è questo ciò che avviene, o dovrebbe avvenire, nel setting psicoanalitico, usando la parola sonda per l’esplorazione dell’inconscio, ovvero scoprire se stessi, sapere, nei limiti del possibile,“ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (Montale) nel senso di una maggiore autoconsapevolezza mirata all’autodeterminazione e all’esplicazione della nostra vera natura, in cui il Daimon, questa energia interiore, diamante nucleo autentico che ognuno di noi porta dentro, possa finalmente e liberamente trovare la sua legittimazione.

Liberare finalmente la nostra vera vocazione, può metterci al riparo da qualsiasi tentativo di manipolazione esterna: sapere chi siamo e ciò che vogliamo.

La poesia e la psicoanalisi, dunque, hanno come fulcro l’ascolto e la parola, dicevo, non il farmaco inteso come pillola da ingoiare con mezzo bicchiere d’acqua, (o almeno non sempre e non necessariamente), ma appunto ascolto e parola all’interno di una relazione biunivoca in cui sia il terapeuta che il paziente si mettono in gioco per scoprire nuovi aspetti di se stessi, e quindi nuove energie, in un rapporto di reciprocità, nella sua evoluzione, che lasci spazio alla sorpresa di una parola nuova, di un nuovo sapere prima sconosciuto; un’evoluzione interiore che sveli modi nuovi per “essere”, ontologicamente inteso.

Scrive Lacan in un testo dedicato alla scrittrice Marguerite Duras: << l’unico vantaggio che uno psicoanalista ha il diritto di trarre dalla propria posizione, sempre che gli venga riconosciuta come tale, è quello di ricordarsi con Freud che l’artista, nella sua materia, lo precede sempre, e che pertanto non deve fare lo psicologo laddove l’artista gli apre la strada >>.

E lo stesso Freud afferma che:

<< I poeti sono alleati preziosi e la loro testimonianza deve essere presa in seria considerazione, giacché essi sanno in genere una quantità di cose tra cielo e terra che il nostro sapere accademico neppure sospetta, particolarmente nelle scienze dello spirito essi hanno di gran lunga sorpassato noi comuni mortali, giacché attingono a fonti che ancora non sono aperte alle scienze >> [in: Gradiva. Il delirio e i sogni nella Gradiva di Wilhelm Jensen, 1906, traduzione di Cesare L. Musatti, Bollati Boringhieri, ristampa 1997]

Stefania Di Lino

slegare le corde del dolore / saltare a grandi passi le macerie /scavalcare i merli delle antiche mura / avviarsi verso il deserto / ascoltarne il silenzio / il fruscio delle stelle morenti / il tintinnio dei sonagli / che strisciano accanto / il fiore di un cactus / che si apre alla notte / le voci dei popoli che al cielo salgono / e tu che ne senti gli echi e i canti / le grida e i pianti / tu che al contempo sei viva e sei morta / ora che l’aria dilata e il tempo si ferma / sei il lemure di vedetta / statua di sale / granello nel deserto irradiato di sole / sei della pioggia pozzanghera e goccia / ora che di te conosci il fango la sabbia / sai il suono del tuo nome / e ne conosci la polvere la compassione,

[ora che ti ho incontrata/

dimmi dov’eri / chi sei stata/

come e con chi hai attraversato il tuo tempo?]

4 commenti

  1. Interessante questo articolo che indaga, tra le altre cose, le radici profonde della poesia e sottolinea la sua intrinseca/estrinseca capacità di lettura di noi stessi e del mondo in un dialogo incessante tra passato, presente e futuro in senso esistenziale… Complimenti, Stefania Di Lino!

  2. Questo saggio si muove con passo sicuro in una zona di confine fertile e rischiosa, dove poesia e psicoanalisi si riconoscono come pratiche sorelle dell’ascolto e dell’attraversamento. Stefania Di Lino costruisce una riflessione densa ma fluida, capace di tenere insieme pensiero teorico, esperienza interiore e responsabilità etica della parola, senza mai scadere nel tecnicismo o nell’astrazione sterile. La scrittura accoglie il rischio evocato da Bolaño e Rilke, facendone non un gesto eroico, ma una necessità ontologica: scrivere e analizzare come forme di esposizione al vero.
    Un testo unitario e coerente, in cui pensiero e poesia si specchiano, confermando che, come ricorda Freud, l’artista precede sempre, e apre passaggi che il sapere potrà solo tentare di seguire. Complimenti a Stefania

  3. Grazie Stefania Di Lino per questa appassionata e originale analisi/sintesi del rapporto poesia-psicoanalsi con la “parola” e “l’ascolto” al centro della ricerca, la poesia come Epifania certo come connessione alta dentro e fuori di noi. Non potevi trovare migliore sintesi per definire qualcosa di indefinibile come il mistero e il sogno predittivo per usare le tue parole. Complimenti!

  4. Grazie a voi, care amiche per l’attenzione su argomenti che possono sembrare ostici, ma che credo riguardino tutte e tutti, individualmente e collettivamente. Grazie per i vostri preziosi commenti che

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