Plancton meccanico

L’opera che qui presentiamo è un’installazione murale realizzata per mezzo di strutture metalliche, cartone e fili di cotone. S’intitola Mécaniques Discursives e nasce in Belgio, a Bruxelles, nel 2011. È il frutto dell’azione congiunta di due competenze artistiche distinte, per questa occasione associate a dare vita a un’unica e ispirata sinergia creativa. Esito della collaborazione sperimentale di due diverse discipline, l’opera in oggetto rappresenta un’interessante e innovativa miscela, una sorta di efficace ibrido artistico, ben congegnato e d’ipnotico impatto visivo. A comporla vi sono da una parte le litografie in bianco e nero o silhouette realizzate dall’incisore belga Frédéric Penelle, dall’altra le proiezioni video del videoartista svizzero Yannick Jacquet, conosciuto anche come Legoman. Si tratta dunque di tecniche e media espressivi apparentemente senza punti in comune, distanti nel tempo come nelle pratiche di realizzazione. Quest’opera ne costituisce una fortunata sintesi e, operando una contrazione del Tempo, svolge anche la difficile funzione di sutura fra secoli così lontani l’uno dall’altro. Il Quattrocento dell’invenzione della stampa a caratteri mobili per opera del tedesco Johannes Gutenberg, e il nostro XXI, dominato dalle innovazioni elettroniche legate al dominio digitale dei numeri, delle telecomunicazioni e della tecnologia informatica. In Mécaniques Discursives il Rinascimento incontra l’epoca del Big Data, dove per Big Data s’intende una sconfinata raccolta di informazioni e dati elettronici che viaggiano in continuazione attraverso Internet alla velocità della luce.
Ciò che appare ai nostri occhi è un grande affresco cinetico. Un fregio istoriato e semovente in due dimensioni, fatto di figure in bianco e nero, le litografie di Penelle. Impulsi vettoriali e luminosi che si spostano da una parte all’altra, cursori intermittenti e segnali elettronici, sonar e piccoli allarmi, lievi effetti sonori che si percepiscono appena, minute proiezioni video disseminate ovunque all’interno dell’opera, costituiscono invece l’apporto di Jacquet. La prima immagine che viene in mente è quella di un laboratorio in fase di sperimentazione, o una fabbrica nel fervore della sua attività produttiva. Una serie di ingranaggi interconnessi che si muovono e lavorano, autoalimentandosi e basandosi sul principio fondamentale della reazione a catena. O meglio, Mécaniques Discursives sembra l’interno di un grande orologio ottocentesco, installato al centro di un edificio industriale di cui scandisce orari, ritmi e turni di lavoro. Forse si tratta della progettazione di una bomba a orologeria, pronta a esplodere in qualsiasi momento e alla cui messa a punto stanno provvedendo i tanti piccoli operai che vediamo, ognuno affaccendato nell’adempimento della sua mansione. O è al contrario il dispositivo di un innocuo e poetico carillon, il cui funzionamento evoca la ciclicità dell’infinito e sprigiona un’influenza nostalgica ed evocativa come la cantilena di un bambino? Sia come sia, è al Charlie Chaplin di Tempi Moderni che pensiamo poco dopo, imprigionato nella catena di montaggio della fabbrica in cui lavora, e perso all’interno dei meccanismi di produzione senza requie della società contemporanea di cui incarna la tragicomica caricatura. La sua del 1936 come la nostra del 2016.
In questo senso, con la loro opera multimediale Penelle e Jacquet intendono proporre il tema della lentezza e della pausa, la sospensione temporale intesa come necessario momento di sosta e riflessione ricreativa. Per il recupero di una dimensione sensibile e contemplativa della realtà, e di una rigenerante sospensione dal ritmo frenetico del nostro vivere quotidiano. Mentre offrono un ritratto convincente della società globalizzata nella quale viviamo, magari un po’ cinico e feroce come suggeriscono le figure incise di Fred Penelle, i due artisti sollevano dubbi sul progresso umano in costante e rapida accelerazione, sulla vanità scientifica e le prepotenze meccaniche, percepiti come esiti incerti delle nostre spesso azzardate e rischiose manipolazioni. Come riflesso di un’improbabile ma verosimile industria universale, la fabbrica umana di Penelle e Jacquet si fa allora mitologia contemporanea, eterna e contingente allo stesso tempo. Ponendolo al centro della sua indagine, Mécaniques Discursives fa del nostro rapporto quotidiano col Tempo e la tecnologia, ormai assurti al livello di tecnocrazia e tempo tecnologico, l’oggetto in questione. Un elemento che genera dubbi e perplessità, poiché è il significato stesso del Tutto che alla fine rischiamo di perdere di vista, trasformato com’è da un eccesso semantico di segni e informazioni in paradossale nonsense finale.
La naturale conclusione alla quale siamo giunti a seguito di questa breve analisi dell’opera è che qui tutto fa riferimento al Tempo. Con i suoi ritmi, le scadenze e le infinite attività, le tante storie che s’intrecciano l’una all’altra influenzandosi reciprocamente, il Tempo costituisce dunque il vero argomento attorno al quale si sviluppa la poetica di Mécaniques Discursives. Si tratta tuttavia di un tempo decomposto o decostruito. A voler essere più radicali, quello qui rappresentato è un tempo esploso in mille pezzi. Frammenti e brandelli, briciole e frantumi di una narrazione ormai sghemba e un tempo perduto che non tornerà più. Le schegge impazzite e volate via, eppure ancora immerse in occupazioni divenute inutili e vuote. I coriandoli di una società che ha fatto il giro completo e ha raggiunto il punto di saturazione. Una comunità di soggetti all’apparenza sconosciuti e lontani ma in realtà interconnessi l’uno all’altro, e che adesso si ritrovano incantati, come sospesi in una sorta di loop spazio-temporale, a fare i conti con la vanità e l’autoreferenzialità nella quale sono caduti. Come una palude, un plancton meccanico.
Neanche si trattasse della partitura di un brano musicale, per esempio Il Mare di Claude Debussy, col disegno di crome e biscrome che la identifica, Mécaniques Discursives fa pensare a un codice crittografico e alla stesura di una carta geografica, irta di segni e riferimenti spaziali. La mappa per il rinvenimento di un antico bottino, forse precipitato in mare e giunto alla fine di un abisso, forse seppellito in un’isola deserta le cui coordinate soltanto vecchi e consumati pirati ricordano ancora. Che si tratti della partitura di un canto di sirene, la mappa di una caccia al tesoro degna di un racconto di Robert Louis Stevenson, o la rappresentazione animata di una rete da pesca con il prodotto di una giornata di lavoro che essa contiene, l’opera di Penelle e Jacquet esercita un fascino ipnotico sugli spettatori e ha già riscosso un grande successo in tutta Europa. A soli cinque anni di vita è già stata premiata alla Slick Art Fair di Parigi e alla Settimana del Design di Milano.
Frédéric Penelle nasce a Bruxelles nel 1973. È principalmente un incisore ma anche disegnatore, illustratore, caricaturista, animatore, grafico, scenografo e curatore di mostre ed esposizioni. Insegna litografia presso l’École des Arts di Ixelles, e tecniche d’incisione all’ENSAV La Cambre, di cui è stato a sua volta studente. Il suo sito Internet è www.penelle.be
Yannick Jacquet, conosciuto anche come Legoman, nasce nel 1980 in Svizzera, a Ginevra, ma vive e lavora a Bruxelles. Illustratore e grafico di formazione, si è subito votato all’immagine animata e alla realizzazione di video. Come quella di Penelle, anche la sua ricerca è caratterizzata dalla precisa volontà di far uscire la disciplina di cui si occupa dai confini tradizionali e gli impieghi canonici che le vengono solitamente attribuiti, per conferirle una dimensione più ampia e allargata. Nella fattispecie, con la sua arte Yannick Jacquet mira a inserire il video nello spazio, a dargli cioè un’inedita connotazione tridimensionale. Si dedica soprattutto alla creazione di performance audiovisive, installazioni e scenografie, e il suo lavoro è spesso influenzato da tematiche legate all’architettura. Il suo sito Internet è www.legoman.net
Fra gli artisti ai quali Penelle e Jacquet si sono ispirati nella realizzazione di Mécaniques Discursives, spiccano i nomi della scultrice belga Berlinde De Bruyckere, con la sua ricerca sulle mutazioni del corpo e della materia vivente, e dello svizzero Jean Tinguely, anch’egli scultore. Questi, negli ultimi anni della sua vita, si dedicò alla creazione di grottesche sculture composite, quasi personificazioni di incubi e allucinazioni, costituite dagli oggetti più disparati assemblati insieme. Con l’aggiunta di un piccolo motore elettrico, queste creature fondamentalmente statiche e immobili si trasformavano in opere d’arte animate. Attraverso l’emissione di gemiti soprannaturali e sinistri scricchiolii, ruote e ingranaggi si mettevano lentamente in moto conferendo alle strane sculture meccaniche una sorta di bagliore animale e parvenza di vita. Divenuto famoso nella storia dell’arte anche per la sua ironica risata luciferina, negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso Jean Tinguely realizzò macchine semoventi, commestibili e musicali. Ma soprattutto, il motivo che rende possibile accostare Mécaniques Discursives alla sua opera è che fu il padre di questi inquietanti automi meccanici, progettati per mettere in scena la loro performance, fare un piccolo giro, e poi autodistruggersi.

 

Gioele Marchis

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