La Madonna licenziata. Due cuori e una capanna di Claudio Marrucci per le edizioni Croce è un atto teatrale unico suddiviso in sette scene che utilizza la struttura drammaturgica per esasperare il paradosso. Questa suddivisione influenza totalmente la prospettiva: non siamo davanti a una narrazione distesa, ma a un meccanismo scenico fatto di battute serrate, tempi comici e una fisicità che solo il teatro può restituire.

Un’opera irriverente, ma necessaria a far affiorare la verità insita nella sostanza delle cose e la natura profonda di una società distopica che fatica a sopravvivere nelle continue contraddizioni. Non si evince una vera e propria dissacrazione nello strampalato e originale scenario della capanna, ma un tentativo di cogliere proprio la disfunzionalità di un sistema di desacralizzazione del valore antropologico della cultura. È nel momento dell’umano, troppo umano che tocchiamo il nervo scoperto dell’opera di Marrucci: il legame tra il testo teatrale e la filosofia del “viandante” è profondo: lo scrittore Marrucci compie esattamente l’operazione nietzschiana di smascheramento degli ideali. Applica la “scuola del sospetto” nietzschiana alla tradizione rivelando che dietro ogni cosa ideale (la purezza della Madonna) si nasconde una cosa umana. Il teatro, per sua natura, è finzione, e cosa c’è di più finto e insieme drammaticamente reale di una Natività contemporanea che è frutto esclusivo della precarietà e degli impedimenti tragici di un sistema in caduta libera, che non si pone neanche il problema della cura della propria specie?
Il linguaggio di Marrucci, in questo testo teatrale, è elettrico. La protagonista, o meglio il gruppo dei protagonisti, non subiscono solo il viraggio improvviso dalla situazione divina in un contesto fortemente prosaico, ma la combattono con i colpi più bassi che hanno a disposizione, mettendo a nudo l’ipocrisia dei benpensanti. D’altra parte, commentando anche il vivere attuale, non esistono vere e proprie rivoluzioni ispirate solo dalla privazione individuale. Il colpo di grazia viene dato quando la sopravvivenza viene messa in discussione, la genesi della ribellione deve avere radici viscerali per esplodere in potenza.
La forza del testo sta nel “vedere” (anche solo con l’immaginazione, leggendo il copione) questo corpo carnale costretto nei panni della Madre di Dio.
È un’immagine potente che sullo schermo o sulla carta stampata perderebbe la forza d’urto che ha invece sul palcoscenico, grazie al contrasto tra la sacralità dell’iconografia classica (la stalla, la mangiatoia) e la volgarità delle dinamiche di potere e di sfruttamento che muovono i fili dietro le quinte.
Mentre la Madonna cristiana è purezza e accettazione passiva, la figura mitologica che ispira l’opera di Marrucci è una divinità del margine. Potremmo una Iside velata che non cela il mistero dell’universo, bensì i volti stanchi e corrosi di “poveri diavoli” che cercano di arrivare a fine mese. La sua è una Madonna dionisiaca: sotto l’abito azzurro non c’è la divinità, ma il corpo stanco e la rabbia. È la divinità riportata a terra, alla sua sostanza organica e fallibile. Se dobbiamo trovare la figura mitologica definitiva che incarna questo connubio tra sacro, maschile, femminile e precarietà, dobbiamo guardare a Dioniso, ma nella sua variante più arcaica e disturbante: il Dioniso “Inni” (il vestito da donna).
La Madonna licenziata è un “Dioniso precario”, sottomesso a un’identità femminile non per scelta, ma una strategia di sopravvivenza.


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