
Valentina Meloni, storica collaboratrice di Diwali – Rivista Contaminata e raffinata autrice di Haiku, ci consegna con “L’Origine del mondo” un componimento di lancinante realismo, recentemente insignito del Gran Premio della Giuria al Premio Ossi di Seppia 2026. La poetessa trasla il celebre sguardo carnale di Courbet nella dimensione asettica e dolente di un reparto psichiatrico, dove il corpo esposto non è più erotismo, ma urlo di abbandono e perdita di sé. La parola poetica si muove tra le lenzuola sfatte di un’esistenza interrotta, evocando quel potente dialogo visivo che nel 2015 a Londra mise a confronto l’intimità derelitta di My Bed di Tracey Emin con l’umanità distorta e sofferente di Francis Bacon. In questo scenario di “letti” e membra offese, Meloni trasforma il voyeurismo in pietas, offrendo un sorso d’acqua e il velo del pudore a una verità che, proprio come nell’arte più cruda, non ha voce se non nel gesto estremo della testimonianza.
L’Origine del mondo
In fondo eri L’Origine del mondo
il dipinto vero di Gustave Courbet
col tuo sesso spalancato sul letto
a gridare di rabbia e per dispetto.
Di notte piangevi: «Dirò tutto a Dio…
Una bambina non si tratta così!»
E anch’io nell’altra stanza piangevo
vestita sul letto piangevo per te.
Quelle caviglie legate alla sponda
facevano male pure a me mentre
dal corridoio passavo guardando
dentro per sapere chi è, chi grida
che fa, così disperata, a chi urla
senza un perché? E non ricordare più
il nome ma gli occhi soltanto, gli occhi
fissi alla porta d’ingresso aspettando
un qualche infermiere qualcuno che sa
che un matto non perde il pudore di sé.
Ti ho coperta e ti ho dato l’acqua
tu hai smesso di urlare il tuo dolore,
i tuoi occhi imploranti dicevano
cose per cui la bocca non ha voce…
Ti ho coperta e ti ho dato l’acqua
poi ho chiuso la porta dietro di me.
[Giugno 2020, Reparto psichiatrico dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia]
Nota di redazione: Si segnala che, nel momento in cui scriviamo, la Tate Modern di Londra ospita una grande mostra monografica dedicata all’artista Tracy Emin, A Second Life (dal 27 febbraio al 31 agosto 2026). La rassegna, considerata la più vasta retrospettiva della sua carriera, ripercorre quarant’anni di ricerca artistica attraverso oltre novanta opere. Il percorso espositivo spazia dalle installazioni storiche, tra cui la celebre My Bed (1998), a nuovi dipinti e sculture monumentali in bronzo, mettendo al centro la “seconda vita” dell’artista dopo la recente battaglia contro il cancro.
La mostra celebra l’approccio confessionale e viscerale della Emin, che continua a utilizzare il corpo femminile come strumento per indagare il dolore, la memoria e la guarigione, temi che risuonano profondamente con la poetica del corpo e della vulnerabilità affrontata in questa sede.

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