Nell’attuale panorama della poesia italiana contemporanea, la voce di Luca Cipolla si staglia come un’anomalia preziosa, un incunabolo d’ombre e di luce che trova nella silloge inedita intitolata “71” una sintesi di rara intensità. Cipolla, poeta e traduttore bilingue italo-romeno, riversa in questa raccolta l’esperienza di una vita definita “nebulosa e pruriginosa”, colta nel momento liminale tra il successo e la disfatta. La sua è una lirica che non rifugge la materia, ma vi affonda le mani, cercando una “conoscenza attraverso l’ardore” che lo accosta idealmente alla lezione di Mario Luzi. Come il maestro del dopoguerra, Cipolla accetta l’imperfezione necessaria e l’errore come strumenti di vitalità, rifiutando la perfezione marmorea per abbracciare il frammento e il dilemma dell’esistenza. In un parallelo più recente, la sua attenzione clinica e al contempo pietosa verso il corpo e i suoi “neurotrasmettitori” richiama la sensibilità di Antonella Anedda, in cui il dato biologico e lo spazio domestico diventano teatro di un’indagine ontologica profonda.

La raccolta “71” si muove tra richiami paesaggistici e introspezioni psicologiche, radicandosi in un’esistenza familiare che, pur meno ribelle del passato, vibra nel recupero costante della memoria.
Luca Cipolla non è un poeta di certezze, ma di tracce.
Sono ortica tra le messi
Sono ortica tra le messi
ove un peso languido non mi cinge;
sono sabbia sul selciato
che un carro solca al cavalcare;
pelle ruvida al ritorno
dove il sole è fiele e punisce le mie membra;
ma penso a quella pietra svellersi al contrasto
per il troppo ostro,
per il grande astro.
In questo primo componimento, collocato in apertura del volume, Cipolla definisce la propria posizione nel mondo attraverso l’irritazione e la marginalità. L’identificazione con l’ortica, contrapposta alla docilità delle messi, suggerisce una resistenza ontologica che si manifesta come fastidio necessario. Il corpo è il luogo del supplizio (“pelle ruvida“, “sole è fiele“), ma è proprio in questa frizione con l’esterno che scaturisce la scintilla della consapevolezza. La pietra che si svelle al contrasto non è solo un’immagine di distruzione, ma il segno tangibile di un’energia che esplode quando la materia non può più contenere il “troppo ostro“, il peso insostenibile del destino o della bellezza.

Back home
Roteando,
le mie cellule ho sperso
e donato al vento,
intrecciate a fili di
arabesco.
note indecifrabili
che raccolgo
nel meccanismo simile
ad orologio squassato e
sei tu, sono io,
riportati a casa
feriti;
ci ridestiamo colore,
iridi, papaveri
e spighe che
lavano il dolore
nell’aura d’ambra che avvolge il sangue speso
e lo perde dentro
un semplice ricordo.
Proseguendo verso il cuore della silloge, “Back home” rappresenta il momento della frammentazione e del successivo, faticoso ricongiungimento. Qui la metafora biologica (“cellule“) si intreccia a quella meccanica (“orologio squassato“), descrivendo un io che si è disperso nel mondo e che ritorna alla dimensione domestica segnato dal conflitto. Il ritorno non è un approdo pacifico, ma un rientro di feriti. Eppure, proprio in questa convalescenza forzata, avviene una metamorfosi cromatica: la ferita e il dolore si trasmutano in “iridi” e “papaveri“, suggerendo che la bellezza, nella poetica di Cipolla, è sempre una conquista che passa attraverso il riconoscimento della propria fragilità.

Il male dentro
Cosa ti sorregge
questo cielo
non ha peso
sulla linea dell’orizzonte
cosa batte dentro
e trasmette
fiele, veleno
alla tua mente
terremoto
alle ciglia, neurotrasmettitori
guardi le foto
e ti senti improvvisamente
vecchio
le giri
e trovi tracce di te
negli occhi delle figlie
ma a vista
naviga
questa vita
che stenta a lasciare
un segno.
In una delle liriche conclusive, Cipolla affronta il tema della senescenza e della trasmissione del sé. Il linguaggio si fa quasi tecnico (“neurotrasmettitori“), ancorando il disagio esistenziale a una realtà fisiologica. Il “male dentro” non è un’entità astratta, ma un peso che agisce sulle ciglia e sulla mente, trasformando la percezione del tempo. L’atto di guardare le foto delle figlie diventa uno specchio impietoso in cui il poeta cerca tracce di una continuità che possa giustificare una vita che “naviga a vista“. È una poesia che non consola, ma che ha il coraggio di nominare il vuoto e la fatica di incidere un segno duraturo sulla realtà.
Luca Cipolla si conferma un autore capace di abitare le contraddizioni, utilizzando la sua natura bilingue come un filtro che decanta la lingua italiana di ogni residuo retorico, restituendole una nudità essenziale.
La sua opera “71” merita di essere letta come un diario di bordo di un’anima che non ha paura di sporcarsi con la terra della vita, cercando in ogni “errore indefinito” una possibile via di salvezza. In un tempo che ci vorrebbe levigati e invulnerabili, la sua poesia ci ricorda che siamo, fondamentalmente, materia che trema e che, proprio in quel tremito, trova la propria verità più profonda.

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Nota: L’estetica della soglia tra Cipolla e Soulages
Le poesie di Luca Cipolla qui presentate sono accompagnate dalle immagini di alcune opere in nero e blu di Pierre Soulages (1919-2022). Maestro dell’astrazione francese e teorico dell’Outrenoir (Oltrenero), Soulages non concepiva il nero come assenza, bensì come un generatore di luce attraverso la densità della materia e il segno impresso sulla tela. Il parallelismo con la silloge “71” risiede proprio in questa gestione del “buio” esistenziale: laddove Cipolla descrive vite nebulose, fiele e veleni della mente, Soulages risponde con superfici scure che, se colpite dall’angolazione corretta, rivelano una luminosità insospettabile. Il blu di Soulages, profondo e notturno, funge da ponte verso la dimensione “serafica” e le “iridi” evocate dal poeta, suggerendo che solo scavando nello spessore cromatico -e poetico- del dolore si possa giungere alla visione di quella luce che “si cela sovente dietro nubi di fosforo“. Entrambi gli artisti, l’uno sulla tela e l’altro sulla pagina, lavorano per sottrazione e contrasto, dimostrando che l’essenza dell’umano brilla con più forza proprio ai margini dell’ombra.

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