L’epica Noir del disagio: Alessio Miglietta tra elettricità e solitudine

La raccolta “Letteratura Rock” di Alessio Miglietta (2024) non è un semplice omaggio musicale, ma una profonda indagine sul mito dell’eroe moderno. Il poeta romano compie un atto di smascheramento: usa le figure monolitiche del rock per sondare la distanza incolmabile tra l’immagine pubblica, carica di successo, e la realtà interiore, spesso fatta di fallimento, solitudine e disillusione. La sua operazione poetica trasforma il riff in verso, il concerto in confessione, e l’icona in un sintomo di malessere.

Il tono di Miglietta, che abbraccia l’angoscia, la violenza emotiva e la ricerca di un’autenticità sottratta al mercato, si inserisce in un fertile dialogo con poeti italiani che hanno esplorato l’oscurità e il confine tra lirismo e narrazione cruda. La sua sensibilità verso la caduta e il lato notturno dell’esistenza lo accosta a Dario Bellezza, poeta che fece della propria vita e del proprio corpo un laboratorio lirico della disperazione, trasformando le metropoli notturne in teatri di solitudine e confessione brutale. Allo stesso modo, il suo lirismo teso, la tendenza a creare un noir esistenziale e il tentativo di trovare una verità oltre il rumore, evocano la poesia sferzante di Amelia Rosselli, che tradusse il tormento psichico e politico in un flusso di coscienza che frantuma la forma, ma non l’intensità emotiva.

Kurt Cobain: La Dissonanza della Carne e il Rifiuto del Paradiso

Miglietta cristallizza in Kurt Cobain l’icona del rifiuto e della stanchezza. Il suo ritratto non è un grido di rabbia grunge, ma una constatazione dolorosa, il culmine di una poetica che rifiuta il facile inno. La sua “chitarra stonata” è la metafora della dissonanza interiore, un suono che la generazione degli anni 90’ confonde con una bandiera, mentre per il poeta è solo un “giudizio disperato“. La poesia identifica la sua lotta nel tentativo di spingere il “macigno della vita in salita“, una condanna esistenziale che rende il “Nirvana irraggiungibile” un ossimoro doloroso.

KURT COBAIN
Sospeso tra le corde di una chitarra stonata
suoni l’inno di una generazione impallidita
Icona malinconica di anime che sanguinano
Il tuo urlo è un giudizio disperato
che avvolge come un vecchio cardigan
o la tua camicia di flanella a quadri
che si disfa filo per filo
tra gente che non sa più capire né sognare
Riff amari e pagine strappate da un diario
le tue consuetudini sfidano il tempo
con l’eternità di un verso
nato da un vissuto che imprigiona
Sguardi intensi che cercano altrove
l’essere che sfida l’esistere
Lotta eterna di successo e di rovine
Sul palcoscenico hai consumato la vita
di quest’angoscia, epoca che sfugge
tra le macerie di ideali svaniti
Brucia ancora la fiamma ribelle
della decadente e dolce tossina del grunge
Spingiamo il macigno della vita in salita
ma la cima è un miraggio, il riguardo è un inganno
Nirvana irraggiungibile
eppure sempre presente
sempre evidente a certi occhi.

Per cogliere questa fragilità esposta, si suggerisce l’esecuzione di “About a Girl” dall’MTV Unplugged del 1993, dove la dolcezza della melodia amplifica il pathos interiore:

John Lennon: La visione inutile e il martirio commerciale Il ritratto di John Lennon è il punto più critico e dolente della raccolta, incentrato sul fallimento dell’ideale. La poesia si apre e si chiude sul concetto di “quell’inutile visione” di amore e pace, che il poeta stesso ha tentato, invano, di raccogliere. Lennon non è qui il profeta, ma il “martire di queste generazioni“, la cui morte al “bordo della strada” è stata la tragica conseguenza dell’incapacità del mondo di reggere la sua visione. La citazione finale, “Quel giorno in cui per la seconda volta / Divenne più famoso di Gesù Cristo / Oltre i confini della Beatlemania“, è un atto di accusa contro la spettacolarizzazione del dolore, dove l’assassinio diventa l’apice della fama mediatica, un’ulteriore e definitiva sconfitta dell’ideale.

JOHN LENNON
Ho avuto ancora quell’inutile visione
Di amore, pace e verità
Tra memorie e filosofie all’avanguardia
Riflessioni fuori dai corridoi
Sotto cieli pesanti come pietre
Ho avuto ancora la sua stessa inutile visione
Che l’umanità attraversasse il guado
Rivelando ogni sua finzione
l’illusorio sviluppo del degrado
Ho provato a raccogliere la sua eredità
Scrivendo anche per gli ultimi
Inni alla vita dettati da idee ardenti
Smarrito in questo oblio
Ho scovato fantasmi d’ingiustizia
Che iniettano violenza e odio
Nelle vene di un mondo incapace di ascoltare
senza una libera scelta o costrizione
Tra le sbarre costruite da sé stesso
Ho avuto ancora quell’inutile visione
Mentre lo vedevo morire al bordo della strada
Come martire di queste generazioni
Riverso a terra con buchi nel petto
Impossibili da saturare
Quel giorno in cui per la seconda volta
Divenne più famoso di Gesù Cristo
Oltre i confini della Beatlemania.

Per cogliere l’angoscia morale e la sincerità di questa figura profetica, si suggerisce la versione acustica e spoglia di “Working Class Hero” (1970), un testo di pura critica sociale e confessione:

David Bowie: L’alchimia dell’essere e la nuova etica Il ritratto di David Bowie è l’esplorazione della metamorfosi non come fuga, ma come atto di suprema affermazione dell’esistenza. Miglietta lo vede come l’”Espressione suprema e cadenza di una nuova etica“, un artista che celebra la vita contrastando il “torpore dell’ordinario“. L’attenzione si sposta sull’uso della maschera come strumento per lottare “contro le catene dell’illusione“. Bowie è l'”incantatore, ormai alchimista” che assorbe e restituisce “identità fluide” trasformando il dolore in “bellezza pura” attraverso la sua arte, un manifesto costante contro l’immobilità e la routine.

DAVID BOWIE
Espressione suprema e cadenza di una nuova etica
celebrazione della vita in tutte le sue forme
che contrasta il torpore dell’ordinario
per vivere senza rimpianti
in un’affermazione totale dell’esistenza
Le ombre tessono segreti
per un volto dalle mille maschere
contro le catene dell’illusione
L’incantatore attraversa le costellazioni
bisbigliando storie di mondi perduti e ritrovati
I suoi passi riecheggiano su strade dimenticate
panorami di desolazione e meraviglia
dipinti con il freddo respiro della notte
La tua gradazione, pugnale che incide, libera e innalza
descrive castelli in rovina
trasmutando il dolore in bellezza pura
E mentre in questo insano mondo
ci si avvolge in un mantello di routine
l’incantatore, ormai alchimista
assorbe e restituisce identità fluide
melodie che evocano fantasmi
dove ogni gesto è un manifesto
Inno alla solitudine
nostalgia delle anime temerarie
emblema di opposizione in movimento
ridestando il continuum.

La sua poetica della fuga e della maschera trova eco nel brano “Oh! You Pretty Things” (1971), che celebra la metamorfosi e la fine del vecchio mondo:

Oasis: La promessa, l’alchimia e un racconto biblico moderno Miglietta interpreta la band degli Oasis non solo come “baluardo” di una generazione, ma come un microcosmo lirico basato sulla contrapposizione fraterna. La poesia non celebra il successo, ma l'”alchimia, fusione tra opposti” che rende possibile la creazione. Attraverso la metafora di Caino e Abele, Miglietta trasforma il Brit-pop in un “Moderno racconto biblico” dove l’uno (Abele, il cantante) “ha la voce decisa del leone” e l’altro (Caino, il chitarrista) è “Taciturno e dannatamente prolifico“. La poetica si concentra sulla necessità del conflitto: “In ogni canzone sotterra il fratello / Ma al contempo lo eleva.” Il senso è che la vera promessa degli Oasis non era nella musica in sé, ma in questa “convergenza di eventi mai isolati nell’universo” che trasforma “il piombo in oro“.

OASIS
Tra le ali del britpop giaceva una promessa
carica di emozioni grezze, basiche
Quel suono da garage inconfondibile
risveglia il senso di appartenenza
la propulsione collettiva, il trionfo inaspettato
Intriso di nostalgia e speranza
Ogni testo è un atlante di superbia e verità
sistema binario che celebra la complessità della vita
Fratelli uniti dal sangue ma divisi da ogni elemento
lontani anni luce caratterialmente e nell’atteggiamento
Moderno racconto biblico
Abele ha la voce decisa del leone
La sua offerta è un approccio sincero e senza filtri
Ruggito fedele a sé stesso
talvolta è disperso nella caparbietà
orma del corvo sulla neve
Caino è tessitore di sogni
Taciturno e dannatamente prolifico
Imbraccia la Epiphone con la penna pronta
porta il peso della creazione e dell’innovazione
in conflitto con il mondo che lo circonda
In ogni canzone sotterra il fratello
Ma al contempo lo eleva
Alacre abbraccio primordiale
Cosmoforo che rappresenta ogni teoria riscritta
fiumi che fluivano indisturbati verso altri deliri
affluenti in un unico, maestoso delta
Ciò che era stato catalogato, analizzato
ridotto a semplice equazione
ora si manifesta come un’esperienza
al di là di ogni possibile comprensione
Questa alchimia, fusione tra opposti
rivelava una nuova conturbante dimensione
Catalizzazione che trasforma il piombo in oro
Convergenza di eventi mai isolati
nell’universo adiaforo, indomita forza
verso creazioni che non sarebbero state possibili
senza l’altra metà al proprio fianco
Tra le ali del britpop giaceva una promessa
mantenuta, mai taciuta
portare il centro della terra a Manchester.

L’energia che è “rabbia e promessa” si coglie in “Acquiesce” dal vivo a Maine Road nel 1996. Il brano, con il suo iconico scambio vocale tra i due fratelli, simboleggia perfettamente quella “alchimia, fusione tra opposti” che rende possibile la creazione, un inno all’unione-conflitto del loro “Moderno racconto biblico“:

Richard Ashcroft: Il Corso d’Acqua nel Sottosuolo e l’Erede di Shakespeare Il ritratto di Richard Ashcroft (The Verve) è l’analisi di un’anima perennemente inquieta, in contrasto con l’ambiente circostante. La poesia si concentra sulla sua figura di “spirito inquieto” che “cammina solitario” e che è costantemente alla ricerca della “dannata speranza” tra “sigarette accese e sguardi assenti“. Miglietta celebra l’Ashcroft lirico, il cui mondo interiore è un “mosaico” le cui intuizioni “toccano il torbido della condizione umana“. La metafora centrale è quella del poeta che “continua a scorrere / come un corso d’acqua nel sottosuolo / che circonda le fondamenta della città“, un’immagine potentissima che lo posiziona come la linfa vitale e sotterranea dell’arte urbana.

RICHARD ASHCROFT
Oltre le anse della gloria, la sua melodia si infuoca
a volte dietro riflettori incerti
restano soltanto fumo e voci confuse
Stretto nelle spalle inneggia a una libertà negata
narrando storie di vita, con l’anima esposta
che filtra dalle retine
risuona nei vicoli deserti
quando il giorno porta via ogni cosa con sé
In una moltitudine di pensieri
cammina solitario questo spirito inquieto
dando spallate ai passanti
che incrociano il suo cammino
Custode di emozioni che non trovano pace
Le sue parole sono tessere di un mosaico interiore
rivelano un disgelo nascosto dalle ciglia
Eco che penetra il brusio della folla
Intuizioni che toccano il torbido della condizione umana
Tra pagine scritte a mano ha cercato un contatto
un tentativo di trascendere
di espandere i propri limiti
oltre il verde spento di bottiglie vuote
messaggi scagliati nel mare del dubbio
cercando risposte oltre la riva dell’ignoto
L’hanno definito l’erede di Shakespeare
poeta della musica moderna
ma lui continua a scorrere
come un corso d’acqua nel sottosuolo
che circonda le fondamenta della città
spazi dove solo l’arte può osare
Inseguendo la linea di demarcazione
dove la malinconia si fa base del futuro
Cammina ancora coerente questo spirito turbato
alla ricerca della dannata speranza
tra sigarette accese e sguardi assenti
Appassionatamente suggestivi
Suggestionabili.

La scelta di “Bitter Sweet Symphony” riflette perfettamente l’epica del cammino solitario e l’inseguimento della “linea di demarcazione” in un contesto urbano. Il video, in cui Ashcroft cammina imperterrito in mezzo al caos della folla, è la rappresentazione visiva della sua poetica di “spirito inquieto” che dà “spallate ai passanti“:

In definitiva, Letteratura Rock è molto più di una carrellata di idoli musicali; è un’operazione letteraria che eleva l’icona rock a eroe tragico del nostro tempo. La poetica di Alessio Miglietta è un sistematico smascheramento: il poeta prende la grandezza mediatica di queste figure, dal martirio commerciale di Lennon, ossessionato dalla sua “inutile visione“, alla metamorfosi alchemica di Bowie, per rivelarne la vulnerabilità, il fallimento e l’inevitabile solitudine. Ogni verso è un’indagine sulla distanza tra l’immagine patinata e la realtà della “dannata speranza” che si cerca nel “corso d’acqua nel sottosuolo” (Ashcroft), o la condanna a spingere un “macigno della vita in salita” (Cobain).

Dunque, la raccolta si afferma come una poetica della sostanza e non della superficie, un’indagine necessaria sulla vulnerabilità dell’eroe moderno, il cui vero, definitivo urlo di verità non si trova nel fragore di un riff, ma nella profondità di un verso.

Corollario Visivo: Elizabeth Peyton e la Pittura dell’Anima

L’estetica della poetica di Miglietta, incentrata sulla fragilità esposta del mito, trova una sorprendente corrispondenza nei ritratti di Elizabeth Peyton (Danbury, 1965). Pittrice statunitense, nota per i suoi lavori a olio, pastello e acquerello, Peyton si è dedicata principalmente al ritratto di figure celebri – spesso musicisti, poeti e personaggi storici – spogliandoli dell’aura pubblica.

I suoi ritratti sono caratterizzati da pennellate sciolte, colori saturi ma trasparenti e un’atmosfera di profonda intimità e vulnerabilità. L’artista non cerca il realismo fotografico, ma un’intimità emozionale, concentrandosi sulla malinconia dello sguardo o sulla leggerezza quasi adolescenziale del soggetto.

Le sue tele, accostabili felicemente alle poesie di Miglietta, agiscono come un corollario visivo, catturando l’anima esposta del poeta-rocker che Miglietta descrive nei suoi versi.

https://cielidivalium.blogspot.com/2024/10/la-nota-di-lettura-di-gino-rago-su.html

Sito web di Alessio Miglietta© www.cielidivalium.blogspot.it

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