LEGGERE POESIA A VOCE ALTA – a cura di Letizia Leone

A proposito del recente libro di Gian Mario Villalta, Voce – Per una poetica della lettura, Vallecchi, Firenze, 2025

Poeti contemporanei firmano per le edizioni Vallecchi ognuno un saggio dedicato a una sola parola/idea/concetto della poesia, che ovviamente fa capo ad un’intera costellazione di senso: ecco allora la Voce di Gian Mario Villalta, lemma che si spalanca su una pratica della lettura e ci trasporta nell’oralità e nella dimensione della fascinazione acustica del verso.

I poeti, si sa, sono spesso i migliori saggisti (da Eliot a Mandel’stam, da Montale a Ungaretti e prima Leopardi o Baudelaire…) perché al di là di ogni speculazione accademica la loro scrittura, trattando soprattutto di una materia che è a fondamento del lavoro creativo, ha una carica immaginativa potente. Così questo saggio si rivela sia lettura coinvolgente e chiarificatrice che supporto didattico e formativo intorno ad una modalità desueta, ma originaria, di leggere poesia.  L’esecuzione del testo, considerato quale spartito ritmico, prosodico e semantico, attualizza una “melodia” e amplifica le potenzialità latenti dello scritto.

Villalta ribadisce questa modalità creativa e osmotica di approccio ai versi, confortato da una citazione di Vittorio Sereni: «Una poesia non si legge, si convive con essa…» Una sorta di meditazione attiva e protratta nel tempo. Una ruminazione interiore dettata dal   solfeggio cantato dei versi: leggere poesia ad alta voce non è in questo caso interpretazione attoriale bensì «lettura poetica» tesa a cogliere l’«intonazione» della poesia, tutto ciò che le è stato sottratto dalla lettura mentale o endofasica. 

La lettura silenziosa concentra l’attenzione sul segno grafico, sulla tessitura sintattica e retorica del testo. Dunque «non possiamo dire che abbiamo letto una poesia quando la leggiamo una volta soltanto» e soprattutto se non la ‘recitiamo’ ad alta voce o a memoria implementando una speciale ‘memoria del cuore’.

Questa “perdita della voce”, ha una storia antica come rileva Villalta, ci arriva da Platone e viene testimoniata nel corso dei secoli, si pensi a come Agostino descrive Ambrogio intento nella contemplazione interiore della pagina…i suoi occhi correvano sulle pagine, mente la voce e la lingua riposavano. Necessita dunque ripatire dalla composizione della voce perché «la forma della poesia è la composizione di una voce, innanzi tutto, che prende corpo nel ritmo e nelle modulazioni melodiche del verso.»

Per le sue lezioni di poesia ad alta voce, o «fantasie di avvicinamento» come lui le chiama, Gian Mario Villalta si serve degli esempi più celebri della nostra tradizione, dal sonetto Guido i’ vorrei di Dante (Rime LII) a Chiare, fresche e dolci acque del Petrarca, da Andrea Zanzotto al Sereni de Gli strumenti umani. Integrando la lettura con una ricezione psicosomatica del testo e riabilitando il corpo-psiche della parola, in una vera e propria esecuzione di una partitura fono-prosodica delle strofe che ne attualizzi tempo interno e ritmo. Si veda come il Petrarca ci parla del ‘suono dei sospiri’ (quel sospiro/suono/voce che Dante ben conosceva quale fantasma dell’anima): «Petrarca ci ha già avvertiti, fin dai primi due versi del Canzoniere, che dobbiamo prepararci a sentire “il suono dei sospiri”. Nel corso dell’opera si tratta di sospiri perlopiù dolenti. Questo sospiro è diverso (con sospir mi rimembra). Viene dal prendere atto, come se fosse al presente sotto i suoi occhi, della visione, e allo stesso tempo dal ricordo sensuale e vivo di quel lontano momento. È il desiderio che, rievocato da un tempo ormai trascorso, ridiventa attuale, dolce sicuramente, però pieno di nostalgia.»

Nell’interpretare la prima stanza della canzone petrarchesca, Villalta ci dimostra come lo scandire ogni singolo verso sia atto rivelativo del senso profondo della poesia, innervato nella trama dei significanti. La voce, cupola dei suoni, espressione totale della sensazione ci riporta ad una concezione della poesia come erotica verbale. La voce, ci dice Villalta, oltre a trascinare il lettore in un incantesimo o fascinazione sonora, è dunque rivelazione e incremento di senso.

Si leggano le godibili pagine sull’incantamento relative al sonetto di Dante che troviamo in un intero capitolo dedicato alla virgola. Così nei versi Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento / e messi in un vasel, ch’ad ogni vento/per mare andasse al voler vostro e mio;… «troviamo l’aspettativa di qualcosa di meraviglioso: il buon incantatore…», colui che promette desiderio e corrispondenza affettiva nell’amicizia tra amici e amiche d’elezione. Il verso recitato da un lettore sapiente diventa azione performativa e ritmica (si pensi all’interpretazione vocalica di figure di parola come la dialefe, la sinalefe, la dieresi o la sineresi) che può diventare l’allungato di un legato, o un sincopato, un evocativo o un’apostrofe, a seconda di come valutiamo la posizione di una virgola: «…l’allungamento del nome (Guidòo), con il quale viene enfatizzato il vocativo, così come si dilata anche il nome dell’altro amico (La-poo). Se leggiamo così, il verso si apre ad una durata ampia, dove i nomi degli amici prendono un tempo della pronuncia esteso, e già aprono le porte del sogno di desiderio e amicizia che il sonetto promette».

Il contatto emotivo con una poesia si attiva nella voce, nella plasticità della lettura. La voce della poesia è glorificazione della lingua in un periodo di depotenziamento mediatico del linguaggio, del suo impoverimento e svuotamento di senso nel sovraccarico quotidiano delle informazioni.   Ci ritroviamo ogni giorno a fluttuare tra miliardi di parole immersi in una cacofonia generale. Solo la poesia ci permette di “abitare poeticamente” la lingua e il mondo. 

L’intenzione è quella di ricaricare la parola delle sue qualità, del suo spessore memoriale e sensitivo insito nella sua Phonè.

Scrive Villalta: «La lettura a voce alta ci permette di fare esperienza del legame musaico conseguito nel testo poetico, convocandoci in un incontro con la voce che la poesia stessa compone. Una voce che non è fatta solo di ritmo, ma di modulazione melodica e di lunghezza o brevità delle parole (oltre al loro significato), di variazione lessicale e distribuzione dei suoni vocalici e consonantici.»

Non solo dunque un manuale di istruzioni per l’uso virtuoso della poesia, questo libro di Villalta, ma soprattutto ripensamento del ruolo “ecologico” della poesia nella contemporaneità. La convocazione dell’intero corpo-psiche della parola significa riabilitare un’intelligenza somatica e cordiale (del cuore), riabilitare anche un anacronistico “sapere dell’anima” in tempi di pensiero calcolante dell’intelligenza artificiale. Affidarsi di più ai poeti e rallentare. Osservare il firmamento o magari leggere a voce alta l’Infinito di Leopardi.

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