L’attesa dell’altro volto: la notte di Giovanni Rossato

La notte non è mai stata, per la grande poesia del Novecento e per quella che si affaccia sul nuovo millennio, una semplice scansione cronometrica o un intervallo di riposo biologico. Al contrario, essa si configura come uno spazio esistenziale, una zona di confine in cui la realtà fenomenica recede per lasciare il posto all’indagine ontologica.

Giovanni Rossato, poeta veneto nato nel 1962, porta nella sua lirica la precisione dello sguardo sociologico unita a una sensibilità metafisica che trova nel buio non un limite, ma una lente di ingrandimento. La sua produzione, con sillogi dal titolo programmatico come “Ti sembra innocua la vita?” o “Parole in tempo di crisi”, si muove costantemente lungo il crinale che separa il “detto” dal “non detto”, l’evidenza del numero dall’abisso dell’esperienza. In Rossato, il tema della notte e della sera diventa il luogo della sosta forzata, un tèmenos (recinto sacro) dove l’io è costretto a spogliarsi delle proprie sovrastrutture per affrontare il dilemma della propria costruzione.

Peter Doig, Milky Way, 1990

Nessuna notte

Nessuna notte
è
tempo che porta a libertà
le strade quiete sono finite
impossibile aspettare.
È finita l’attesa
il tempo porta al domani
e giudicare possibile è già esserlo.
Smarriti senza certezza
è il tempo dei numeri;
decidere perché mi pare che…
perché è sulla direzione tracciata
un’iperbole.
Un piano ha due dimensioni
perciò è cieco,
si nutre di ciò che non vede.
Decifrare il non detto è troppo facile;
paura è l’esperienza
della corda che scende nell’abisso.
Non posso io costruire me,
e allora con chi posso parlare.

In questa prima lirica, datata emblematicamente al tramonto del 2021, la notte perde ogni connotazione romantica di libertà o di evasione. Rossato descrive un “tempo dei numeri” in cui l’attesa è giunta al termine, lasciando il posto a una geometria della vertigine. L’uso di termini come “iperbole” e “due dimensioni” suggerisce una cecità intrinseca alla logica puramente razionale: la notte è il momento in cui ci si rende conto che la realtà superficiale si nutre di un’assenza, di ciò che non vede.

Il poeta avverte il lettore che decifrare il non detto è una tentazione troppo facile, quasi un’illusione intellettuale, mentre la vera sfida risiede nella “corda che scende nell’abisso“. Qui la notte è la vertigine di chi riconosce l’impossibilità di un’autocostruzione solipsistica. La domanda finale “con chi posso parlare” trasforma il silenzio notturno in un grido di necessità relazionale, una ricerca dell’Altro che possa convalidare l’esistenza oltre il piano bidimensionale.

Peter Doig, Echo Lake, 1998

Queste sere

Queste sere
dove non puoi uscire
bisogna stare con la propria solitudine
senza conoscerne altre
ed è dolce
vivere
il bisogno
che io ho di me.

Se in Nessuna notte il tono è quello di una constatazione quasi tragica della finitudine, nel componimento Queste sere, risalente ai primi giorni del lockdown del 2020, Rossato declina l’atmosfera crepuscolare in una chiave di intima accettazione. La notte, qui intesa come restrizione e isolamento, smette di essere una prigione per diventare un’opportunità di autoriconoscimento. Il termine “dolce” ribalta la prospettiva del limite: stare con la propria solitudine senza cercare “altre” presenze diventa un atto di coraggio e, paradossalmente, di pienezza. Il “bisogno che io ho di me” è la rivendicazione di un’ecologia dell’anima, un invito a abitare l’oscurità non come privazione di luce, ma come densità di presenza.

Il parallelismo più immediato all’interno del canone contemporaneo post-1950 ci conduce inevitabilmente alla figura di Milo De Angelis. Se per De Angelis la notte è spesso il luogo di una tragedia clinica, un’oscurità metropolitana dove i corpi si incontrano in una tensione quasi muscolare e chirurgica, in Rossato ritroviamo quella medesima precisione nel nominare il dolore e la mancanza. Tuttavia, laddove De Angelis si concentra sulla ferita dell’evento, Rossato sembra volgersi verso la lezione di Vittorio Sereni, specialmente quello di “Gli strumenti umani”. Come in Sereni, la notte di Rossato è abitata dal senso dell’”essere fuori gioco“, dall’incertezza di una direzione che si è smarrita tra le maglie della società contemporanea. C’è in entrambi la percezione di una realtà che ci sovrasta, un tempo che “porta al domani” ma che ci lascia smarriti senza le certezze del passato. Rossato, come un Sereni del nuovo millennio, registra la crisi del soggetto davanti all’iperbole della vita, cercando nel buio una via d’uscita che non sia fuga, ma consapevolezza del proprio limite.

Per accompagnare visivamente questa indagine sulle geografie del silenzio e dell’oscurità, l’opera di Rossato trova un dialogo naturale con la pittura del contemporaneo Peter Doig. L’artista scozzese è noto per le sue atmosfere notturne e crepuscolari, in cui il paesaggio, spesso riflesso in specchi d’acqua o avvolto da nebbie, perde i propri contorni certi per diventare un paesaggio mentale.

I blu profondi, i neri vellutati e le luci incerte che abitano le tele di Doig sembrano la trasposizione cromatica della “corda che scende nell’abisso” citata da Rossato. In quadri come “Echo Lake” o “Canoe”, la figura umana è immersa in una solitudine che non è mai vuota, ma gravida di attesa e di mistero, esattamente come le sere vissute dal poeta in cui il bisogno di sé diventa l’unica bussola possibile.

Peter Doig, White Canoe

La “contaminazione” tra la parola poetica di Rossato e la visione pittorica di Doig risiede proprio in questa capacità di abitare la soglia, di rendere visibile l’invisibile attraverso l’uso sapiente dell’ombra, ricordandoci che la notte non è la fine del vedere, ma l’inizio di un altro modo di guardare. Rossato ci insegna che, sebbene decifrare il non detto possa sembrare facile, è solo nell’accettazione della nostra incompletezza notturna che possiamo sperare di costruire un dialogo autentico con il mondo e con noi stessi.

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