La pittura di Elisabetta Sonda si muove lungo un crinale sottile dove la memoria biografica e l’osservazione della natura si fondono in un’unica, coerente visione cromatica. Nata a Rotterdam e formata alla scuola milanese di Augusto Garau, l’artista ha saputo distillare dal rigore del Bauhaus una sensibilità tutta personale, capace di trasformare il dato oggettivo in un’esperienza percettiva complessa. Il suo approccio, che lei stessa definisce “pittura slow“, non è una fuga dalla realtà, ma un modo per abitarla con maggiore consapevolezza. Nel suo studio di Chiavari, il giardino non è solo un repertorio di forme botaniche, ma diventa un laboratorio di pensiero in cui l’atto di dipingere si trasforma in una sedimentazione di senso e materia.

Questa pratica della stratificazione non deve essere intesa come un accumulo caotico, né come una negazione del conforto estetico. Al contrario, il lavoro di Elisabetta Sonda è un processo di costruzione meditato: l’uso dell’olio permette di aggiungere e togliere, di scavare tra i pigmenti per ritrovare una luce che non è mai superficiale. La stratificazione diventa così una testimonianza del tempo del lavoro, una storia che si scrive “tra le pieghe” della tela. Non si tratta di un’archeologia che guarda al passato come a qualcosa di morto, ma di una ricerca delle radici stesse del presente, inteso come l’istante in cui l’occhio percepisce la bellezza di un fiore o la solidità di una natura morta. È un procedere intuitivo, certo, ma sorretto da una disciplina ferrea che impedisce alla composizione di sfaldarsi.

In questo senso, i lavori della Sonda possono essere associati a quelli di alcune figure centrali del secondo Novecento. Si pensi a Per Kirkeby, artista e geologo danese che ha fatto della “stratigrafia” pittorica la sua cifra stilistica. Come in Kirkeby, anche nelle opere di Elisabetta Sonda la natura viene indagata non come semplice paesaggio, ma come struttura complessa di linee e volumi. Il dipinto diventa un archivio del visibile in cui ogni strato di colore rappresenta un diverso livello di comprensione della realtà.

Un altro punto di contatto fondamentale è con Joan Mitchell, la cui astrazione non dimenticò mai il legame viscerale con il paesaggio e la luce. Nella Sonda ritroviamo quella stessa capacità di trasporre l’energia del mondo vegetale in segni autonomi, dove il colore non descrive il fiore, ma ne restituisce la vibrazione vitale.

Infine, la sobrietà delle sue nature morte invernali evoca la lezione di Giorgio Morandi, pur filtrata attraverso una sensibilità contemporanea che accetta il disordine armonioso dell’esistenza.

Il sito dell’artista, elisabettasonda.com, rivela come questa ricerca non eviti le zone d’ombra. L’opera “Malincolia“, custodita nell’archivio, testimonia che la bellezza non è un’entità solare e univoca, ma contiene in sé anche la gravità del dolore e della riflessione. Il giardino di Elisabetta è un luogo dove convivono la luce dei limoni di Monterosso e la densità delle acque notturne. È una “natura dentro” che dialoga costantemente con la “natura fuori“, un gioco di specchi in cui l’interiorità filtra il dato reale per restituire un racconto inedito. In questo passaggio, l’artista accoglie anche l’imperfezione – il ramo storto, il vaso crepato – riconoscendo in questi dettagli la vera firma della vita.
La forza della proposta artistica di Elisabetta Sonda risiede proprio in questa capacità di restare in ascolto. Il suo percorso, passato attraverso l’interior design e la pittura su seta, trova nella pittura su tela e legno la sua sintesi definitiva. È un invito a riscoprire il valore della lentezza e della cura, a guardare il mondo non come un oggetto da consumare velocemente, ma come un giardino da coltivare con pazienza. Nelle sue opere, la natura non ha bisogno di chiedere di più: è presenza, è memoria, è, semplicemente, la misura della nostra umanità riflessa in una goccia di luce.


Lascia un commento