La notizia della scomparsa di Frank O. Gehry (Toronto, 1929 – Santa Monica, 2025) all’età di 96 anni segna la fine di un’epoca che egli stesso ha contribuito a definire con forza scultorea e irriverente. L’architettura non ha perso solo un maestro, ma un autentico artista della materia, un alchimista del titanio e del vetro che ha sfidato la gravità e la rigidità del Modernismo.
Emerso con l’affermazione del “Decostruttivismo” alla fine del XX secolo, Gehry ha ridefinito il ruolo dell’edificio culturale, trasformandolo da contenitore neutro a scultura organica pulsante. Per un artista che lavorava sulla frammentazione e il caos controllato – come dimostrò provocatoriamente alzando il dito medio contro i critici che lo definivano “architetto dello spettacolo” – il suo scopo è sempre stato quello di creare uno “scrigno” la cui meraviglia estetica anticipasse, e spesso eguagliasse, l’arte esposta al suo interno. Questa visione lo pone in netta antitesi con il rigore cartesiano di maestri come Mies van der Rohe, il cui dogma del “less is more” è stato da Gehry ribaltato in un gesto espressionista di massima complessità.
L’opera di Gehry si articola in una sinfonia di volumi che dialogano con l’arte che contengono.
L’atto fondativo di questa poetica è certamente il Guggenheim Museum di Bilbao (1997). Rivestito in titanio lucido, l’edificio non è una struttura, ma un evento geologico che si articola come una nave metallica o un fiore cangiante sulle acque del fiume Nervión. L’impatto fu tale da generare il celebre “effetto Bilbao”, dimostrando in modo definitivo che la cultura, se rivestita di audacia formale, può rigenerare intere città.

Questa stessa fluidità si ritrova nel complesso Neuer Zollhof di Düsseldorf (1999), un triptico che segna la rinascita del Media Harbor tedesco. Qui, Gehry mette in scena un dialogo materico tra tre torri dai volumi inclinati, utilizzando tre rivestimenti distinti – mattoni rossi, intonaco bianco e acciaio inossidabile riflettente – per creare una vibrante interazione tra solidità industriale e dinamismo scultoreo.

La ricerca di leggerezza e trasparenza raggiunge poi l’apice con la Fondation Louis Vuitton a Parigi (2014). Situata nel Bois de Boulogne, l’edificio è una vera cattedrale di luce che evoca una flotta di tredici vele di vetro. L’architettura appare eterea, avvolta in una nuvola di vetro che dissolve la distinzione tra interno ed esterno, struttura e rivestimento, trasformando l’esperienza di galleria in un viaggio attraverso la trasparenza.

Infine, la Walt Disney Concert Hall a Los Angeles (2003), pur essendo dedicata alla musica, è un monumento scultoreo in acciaio inossidabile curvato. I suoi “petali” metallici creano un’esperienza urbana tattile e visiva, dimostrando come la poetica delle forme scompigliate possa trasformare l’ascolto in un’esperienza sinestetica.
L’approccio di Gehry ha liberato l’architettura dalle costrizioni angolari, aprendo la strada a una generazione di professionisti. Il suo spirito visionario trova affinità formali con figure come Zaha Hadid, che ha condiviso la spinta verso un linguaggio dinamico e fluido, trattando l’edificio come un organismo in divenire. Al contempo, la sua estetica massimalista e complessa si opponeva alla rigorosa semplicità funzionale di un contemporaneo come Renzo Piano, il quale pur creando capolavori museali, ha spesso prediletto la tecnologia a servizio della discrezione.

In definitiva, l’eredità di Frank Gehry è immensa. Egli non ha solo progettato edifici; ha plasmato intere visioni urbane, costringendo il mondo a riconsiderare l’architettura non come servizio, ma come arte pubblica monumentale. Ci ha lasciato l’insegnamento che la forma, anche la più audace e complessa, deve servire uno scopo emotivo e spirituale. La sua opera rimane un inno alla possibilità, un imperituro monumento alla creatività che celebra la cultura e il sublime in una forma tanto complessa quanto irresistibile.

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