La Fondazione D’ARC e il Paradosso Urbano: Rigenerazione, Mecenatismo e l’Estetica del Colore nel Quadrante Tiburtino

La nascita della Fondazione D’ARC (D’Arte Contemporanea) nel tessuto post-industriale della Tiburtina a Roma rappresenta un’operazione di straordinaria densità semantica, capace di sollevare interrogativi cruciali sulla gestione del territorio, sul ruolo del mecenatismo privato e sulla capacità dell’architettura di rifunzionalizzare i vuoti urbani. Situata in Via dei Cluniacensi 128-130, in un’area ancora pulsante di attività manifatturiere e logistica pesante, la Fondazione si configura come un “rifugio” dell’immaginario, un’oasi di circa 6.000 metri quadrati che sorge dalle ceneri di una ex fabbrica di manufatti in cemento. Questo intervento, curato dallo studio 3C+t Capolei Cavalli Architetti Associati, non è soltanto una brillante operazione di adaptive reuse, ma costituisce un atto di critica urbana implicita verso quel modello di sviluppo “a macchia di leopardo” che ha storicamente caratterizzato l’espansione della capitale italiana.

Fondazione D’ARC, Amore Chiama Colore, foto Eleonora Cerri Pecorella

Per comprendere appieno la portata dell’operazione Fondazione D’ARC, è necessario inquadrare il sito all’interno della complessa evoluzione urbanistica di Roma. L’espressione “a macchia di leopardo” descrive efficacemente una crescita urbana non lineare, caratterizzata da nuclei edilizi isolati che emergono in modo discontinuo nel territorio, lasciando ampie aree intercluse o comparti industriali abbandonati privi di una connessione organica con la città consolidata. L’assetto attuale del quadrante Tiburtino è il risultato di decenni di pianificazione frammentaria, culminata nel Piano Regolatore Generale (PRG) del 2008, oggetto di aspre critiche per aver legittimato la dispersione invece di mitigarla, favorendo la rendita fondiaria attraverso meccanismi di perequazione a scapito della qualità dello spazio pubblico. Questa logica ha generato un paesaggio urbano “pulviscolare”, dove l’eccellenza architettonica svetta come un’astronave su un tessuto di strade dissestate e aree degradate, cristallizzando l’abbandono dei vuoti interni.

L’investimento promosso da Giuseppe e Clara Floridi attraverso Cassandra Immobiliare, stimato tra 1,5 e 1,7 milioni di euro, rappresenta un esempio di mecenatismo contemporaneo che trascende la mera collezione privata per abbracciare una dimensione pubblica e civica. A differenza di molte raccolte nate con intenti enciclopedici o speculativi, la collezione Floridi si definisce come un “atlante emozionale”. La scelta delle opere è frutto di una selezione ponderata che privilegia l’incontro estetico e l’attrazione intellettuale rispetto alla completezza storica, permettendo a maestri del Novecento come Balla e Turcato di dialogare con avanguardie internazionali del calibro di Kiefer, Kosuth e Christo. Il nuovo spazio della Tiburtina offre la dimensione ideale per questo confronto, svincolato dai limiti dei palazzi storici del centro, concretizzando il concetto di “rifugio d’arte”: un luogo dove la bellezza non è imprigionata in un deposito, ma è resa libera di generare conoscenza, specialmente per le nuove generazioni.

Fondazione D’ARC, Amore Chiama Colore, foto Eleonora Cerri Pecorella

L’apertura della Fondazione si inserisce in un contesto cittadino dove il sistema dell’arte contemporanea è storicamente sbilanciato verso le grandi istituzioni pubbliche. A differenza di Milano, animata da un mercato dinamico e gallerie commerciali, Roma ha sempre visto in istituzioni come la Galleria Nazionale, il MAXXI e il MACRO i principali catalizzatori della scena. In questo contesto, la Fondazione D’ARC si pone come un’alternativa agile e un “terzo polo” privato che garantisce una continuità di ricerca spesso assente nel dinamismo effimero del mercato. Rispetto alla scala monumentale e burocratica dei musei nazionali, D’ARC offre una dimensione più intima e “avventurosa”, legata alla visione diretta dei fondatori. Non cerca la competizione con la missione pubblica, ma integra l’offerta culturale con un progetto di rigenerazione urbana dal basso, radicato nella realtà del quartiere e nella didattica sperimentale. Tuttavia, questo slancio culturale deve scontrarsi con una accessibilità negata. Arrivare in Via dei Cluniacensi oggi significa percorrere strade prive di marciapiedi, schivando il traffico pesante delle officine e la logistica che ancora domina l’area, rendendo l’esperienza del visitatore un’autentica “avventura” tra il fango e il degrado infrastrutturale.

Gli architetti Fabrizio e Federico Capolei hanno affrontato il recupero conservando l’identità tipologica del sito. La struttura si articola su tre navate con un corpo principale di circa 1.250 metri quadrati, caratterizzato da una struttura portante in ferro dipinta di un giallo vivace, in netto contrasto con la copertura nera. I carriponte originali sono stati mantenuti come supporti funzionali per opere di grandi dimensioni, mentre una fascia vetrata continua permette alla luce zenitale di entrare in modo soffuso. All’interno, la mostra collettiva inaugurale “AMORE CHIAMA COLORE”, curata da Giuliana Benassi, indaga la percezione partendo dal paradigma di Piero Dorazio. Le riflessioni di diciassette artisti — dalla materia di Alfonso Fratteggiani Bianchi alla valenza politica di Pascale Marthine Tayou, fino all’indagine spaziale di Odili Donald Odita e alle costruzioni relazionali del duo Genuardi/Ruta — respirano insieme nel volume industriale, trasformando la percezione del visitatore in un atto di conoscenza attiva.

L’operazione non può essere letta prescindendo dai mega-progetti che stanno investendo il quadrante Pietralata-Tiburtina. Se da un lato l’area attira investimenti miliardari, dall’altro sconta una cronica assenza di visione sistemica. Il progetto dello Stadio della Roma, in particolare, rischia di innescare una esplosiva gentrificazione, aumentando i valori immobiliari senza risolvere le carenze del tessuto sociale della borgata storica. Sul fronte della mobilità, la situazione appare ancor più drammatica. La Tiburtina è già oggi un imbuto saturo per il traffico pendolare di Tivoli e Guidonia; senza il prolungamento della Linea B oltre il Raccordo e la creazione di massicci parcheggi di scambio esterni, ogni nuova centralità caricherà il sistema fino alla paralisi totale. In questo scenario, la Fondazione D’ARC rischia di diventare un’enclave isolata, irraggiungibile nei giorni di evento a causa di una “slavina” di autovetture. Il pericolo reale è l’aggravamento della struttura a macchia di leopardo, con la creazione di isole di eccellenza separate da zone di abbandono, senza che gli interventi privati generino quella ricucitura urbana necessaria a rendere l’area realmente vivibile. La Fondazione D’ARC emerge quindi come un contro-modello necessario, ma drammaticamente fragile. La scommessa dei Floridi dimostra che la passione personale può colmare il vuoto culturale, ma non può sostituirsi all’assenza dello Stato nella gestione delle infrastrutture primarie. In un luogo dove l’arte deve farsi spazio tra le pozzanghere e i camion, la rigenerazione urbana rischia di rimanere un esercizio eroico ma isolato. Senza una robusta “cura del ferro” che superi i confini comunali e una pianificazione che guardi allo spazio esistente tra gli edifici, questo rifugio rimarrà un gioiello prezioso ma assediato dal fango e dal traffico di una città che continua a edificare cattedrali senza curarsi del deserto circostante.

Fondazione D’ARC, Amore Chiama Colore, foto Eleonora Cerri Pecorella

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