Lo spettacolo cult 456, scritto e diretto da Mattia Torre, vive una nuova stagione di successo con le repliche programmate dal 24 febbraio al 1° marzo 2026 presso il Teatro Vascello di Roma (con spettacoli alle 21:00 nei giorni feriali, doppia replica il sabato alle 19:00 e 21:15, e domenica alle 17:00). A quindici anni dal debutto, l’opera torna in una delle sale più significative per la ricerca teatrale romana, confermando una vitalità che non ha perso la capacità di graffiare. Dopo Roma, la tournée proseguirà toccando numerosi teatri italiani, tra cui il Teatro Giuseppetti di Tivoli (3 marzo), il Pasolini di Salerno (7-8 marzo), il Bolivar di Napoli (14 marzo), il Rossetti di Trieste (21-22 marzo) e concludendosi al Teatro Concordia di San Benedetto del Tronto (31 marzo-1° aprile). La longevità della pièce, che vede quasi integralmente confermato il cast originale con Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino e Carlo De Ruggieri (con Giordano Agrusta nel ruolo dell’ospite), poggia su una struttura drammaturgica che trasforma un isolato microcosmo familiare in una spietata metafora dell’arretratezza nazionale.

L’elemento di maggiore fascino e originalità dell’opera risiede nella creazione di una lingua “bislacca” e arcaica, un dispositivo di straniamento che Mattia Torre ha forgiato mescolando fonemi di diversi dialetti meridionali, dal calabrese al siciliano, dal sardo al napoletano. Non si tratta di un tentativo di realismo regionale, bensì di una lingua “ventrale” e motoria che obbliga gli attori a una recitazione ferina e istintuale, dove le parole diventano pietre scagliate contro l’altro. Questo vocabolario inventato si regge su suoni aspri, pseudo-latinismi e una sintassi circolare che riflette il livore cronico dei personaggi. L’umorismo grottesco scaturisce proprio dal contrasto tra la solennità quasi sacrale di questi suoni e l’inanità dei concetti espressi, come quando la famiglia prega per essere liberata dalla “psicopatia degli insaccati”. Tale invenzione linguistica ha permesso allo spettacolo di acquisire una dimensione mitologica universale, superando i confini regionali e facilitando persino traduzioni internazionali di prestigio, come quella francese curata da Daniel Pennac.

All’interno di questo bunker psicologico che è la cucina-soggiorno della famiglia, la narrazione è scandita da riti e simboli feticisti che alimentano lo status di “cult” dell’opera. Spicca su tutti il “sugo perpetuo”, ereditato da una nonna defunta e rabboccato quotidianamente: un’incarnazione fisica di un passato che non passa e che diventa soffocante ossessione. Insieme alla “tiella” mai restituita e alle preghiere furibonde, questi elementi costruiscono una mitologia del degrado dove l’intera azione è tesa verso l’arrivo di un ospite. Quella che dovrebbe essere una tregua risolutiva si trasforma però nel testimone dello sfacelo morale definitivo, portando al significato tragico del titolo: il numero 456, che si riferisce alla catalogazione dei loculi cimiteriali, l’unica vera aspirazione possibile in un mondo privo di valori. Nonostante il successo televisivo, culminato nel progetto Sei Pezzi Facili con la regia di Paolo Sorrentino, la forza di 456 rimane saldamente ancorata alla sua originale dimensione teatrale. Sebbene le trasposizioni abbiano contribuito a rendere i personaggi icone pop, esse hanno agito principalmente come amplificatori di una visione già completa e autosufficiente, capace di colpire con sarcasmo grottesco proprio la retorica rassicurante delle “radici” e del “territorio”. Attraverso l’esasperazione dei legami di sangue, Torre smonta l’idea idilliaca dell’appartenenza locale, trasformando il concetto di origine in una condanna claustrofobica e priva di riscatto. La pubblicazione del testo nel volume 456 – Morte alla famiglia ha ulteriormente confermato la qualità di una scrittura capace di generare immagini potenti anche attraverso la sola lettura, consolidando l’opera come un documento culturale imprescindibile che continua a interrogarci sulla nostra incapacità di evolvere come comunità.


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