I vortici ascendenti e discendenti di Anish Kapoor

Parlare di arte contemporanea oggi significa (anche) passare per alcuni nomi “obbligati” che dominano la scena. Acclamata come geniale a suon di milioni di euro dagli estimatori e definita arte dell’establishment” dai detrattori, solo il Tempo e la Storia potranno stabilirne il valore. Ad ogni modo, di fronte al lato bling-bling di taluni autori (Koons, Hirscht), il glamour di altri (Cattelan, Pierre et Gilles) o l’approccio politico (?) di altri (Ai Wei Wei, Banksy), per Diwali e per l’immersione a cui siamo invitati in questa circostanza, preferiamo orientarci verso artisti a più alto contenuto di Poesia. Non possiamo quindi non soffermarci sulla mirabile opera di Anish Kapoor (Mumbai, 1954). L’artista indiano-britannico di fama mondiale, già vincitore del Turner Prize nel 1991 e insignito delle principali onorificenze, ci sembra di fatto l’autore più evocativo degli ultimi decenni.
L’opera di Kapoor rientra nelle collezioni permanenti del Moma di NYC, della Tate Modern di Londra, del Guggenheim di Bilbao e della Fondazione Prada di Milano, tra gli altri. Notevoli sono i suoi contributi monumentali e architettonici presenti nelle città di Chicago, Toronto, New York, Londra nonché in Giappone e Israele. Un artista estremamente riconosciuto e apprezzato quindi, di cui non proporremo qui una retrospettiva esaustiva, per la quale si rimandano i lettori al volume “Anish Kapoor” di Germano Celant per l’editore Charta.
Preferiamo invece concentrarci su alcuni lavori che meglio si prestano ad un’Immersione evocativa e multi-sensoriale. Da sempre interessato dal rapporto forma-spazio, Kapoor ha esplorato i concetti di centro, di equilibrio, di percezione dello spazio e dell’immagine. Celebri sono i suoi specchi convessi, spesso colorati, che distorcono l’immagine fino ad annullarla. A partire dagli anni ’90 l’artista ha investigato il concetto di vuoto, realizzando opere che scompaiono in pareti o pavimenti, per destabilizzare le nostre ipotesi sul mondo fisico. Opere di impatto visivo immediato pur nella loro astrattezza: siamo di fronte al dialogo irrisolto tra presenza e assenza, materia e sensazione, solidità e intangibilità. Kapoor ha dichiarato: “Sono molto interessato al non-oggetto o il non-materiale. Ho fatto oggetti in cui le cose non sono quello che in un primo momento sembrano essere. Una pietra può perdere il suo peso o un oggetto in modo speculare può mimetizzarsi nei suoi dintorni da apparire come un buco nello spazio”.
Proprio in questo contesto, nell’indagine sull’immateriale e sul vuoto che prende corpo, proponiamo qui un’analisi più dettagliata delle due opere in dialogo “Ascension” e “Descension”, che in maniera speculare ma egualmente efficace catturano lo sguardo dell’osservatore e lo convogliano in una dimensione quasi ascetica fuori dal tempo.
Osserviamo dapprima Ascension, un’installazione sito-specifica del 2003, presentata in Italia presso la Galleria Continua ed in seguito nel 2011 presso la Basilica di San Giorgio Maggiore a Venezia. Una versione alternativa in rosso è stata esposta al Guggenheim di NYC nel 2010. La sua notorietà resta comunque legata alla collocazione a San Giorgio in occasione della biennale.

L’opera esplora l’aspetto transiente del fumo, una materia intrinsecamente effimera e intangibile, che qui si fa colonna ascendente e poderosa. Una spirale che si erge verso l’alto, e in questo senso la collocazione all’interno di una basilica cristiana contribuisce a caricarla di significati. Potrebbe ricordare di fatto anche l’incenso consumato durante le cerimonie che in una scia lenta e continua fuoriesce dai bruciatori.
La colonna si erge da una base circolare posta all’intersezione tra il transetto e la navata centrale, con quattro pannelli ai lati e le ventole che determinano la salita del fumo verso la cupola della chiesa. Impossibile dunque non pensare al Cristo al momento della sua salita al cielo. Questa non è tuttavia un’opera di matrice prettamente cristiana, e al posto del Cristo potremmo immaginare qualsiasi forma di “spirito”, anche pagano, nell’atto di trasfigurarsi ed elevarsi al sovraumano.
Un imponente impianto minimalista (sono bastate una sorgente di fumo come quelle del teatro e delle ventole) per un impatto massimalista che interpella il sentire spirituale dello spettatore.
A proposito di questo lavoro Kapoor ha precisato che “nella mia opera ciò e ciò che appare si confondono spesso. In Ascension, ad esempio, quello che mi interessa è l’idea dell’immateriale che diventa un oggetto, ed è esattamente ciò che accade: il fumo diventa una colonna. C’è anche un richiamo alla figura di Mosé, che segue una colonna di fumo, una colonna di luce, nel deserto…”
Un’opera meditativa, da osservare a lungo (per quanti ne abbiano avuto l’occasione), seduti sui marmi della basilica ad ammirare questa continua eruzione discreta di un corpo ectoplasmatico, un’essenza divina fatta di semplicità e tensione.
In Descension, del 2014, ripresentata quest’anno in occasione della Notte Bianca di Parigi direttamente nella Senna e visibile dal Pont Neuf, osserviamo un moto opposto, una discesa vorticosa che ci avviluppa e non lascia scampo.
Un gorgo di acqua scura, verosimilmente marina, che convoglia al suo centro le nostre paure, vulnerabilità, i pensieri più intimi e reconditi che respingiamo. Tutto si convoglia in questo turbine, che è concettualmente semplice, perché una spirale d’acqua rientra decisamente nelle immagini che tutti conosciamo. Cionondimeno questo vortice si fa densissimo, ipnoticamente attrattivo, carico di un vuoto che ci spaventa e ci richiama (horror vacui) come sul precipizio di un burrone.

Anche in questo caso l’opera è ingegneristicamente semplice: si tratta di un bacino d’acciaio riempito d’acqua e dotato di un motore idraulico che crea il movimento. In questa versione l’opera è stata presentata in India alla biennale Kochi-Muziris, in seguito presso Galleria Continua a San Gimignano e infine a Versailles. Diverso invece l’allestimento realizzato quest’anno a Parigi per la Notte Bianca: in questo caso sono state agitate direttamente le acque della Senna, con l’ausilio del comune e della polizia fluviale.
Osservare l’opera da una posizione sopraelevata ha contribuito, a detta degli spettatori, a questa tensione verso l’ignoto, ovvero a compiere il salto, metaforico si intende, nel vortice.
A proposito di questa realizzazione l’autore ha dichiarato: “Per tutta la mia vita ho riflettuto e lavorato sull’idea che ci sia molto più spazio di quello che possiamo vedere, ci sono gli spazi vuoti, c’è un orizzonte più vasto. La cosa ambigua del rimuovere il contenuto, nel creare spazio, è che tutti noi, come essere umani, siamo disturbati dall’assenza di contenuto. È l’horror vacui, il pensiero platonico che soggiace al mito della caverna, dalla quale gli uomini guardano verso l’esterno. Ma c’è anche un’immagine freudiana di senso opposto, quella del retro della caverna, che rappresenta il lato oscuro e vuoto dell’essere. Il più grande poeta italiano, Dante, si è avventurato in un luogo simile, lo spazio del vuoto, che paradossalmente è pieno, di paure e di oscurità. Sia che lo si rappresenti con uno specchio, o con una forma scura, è sempre il “retro” il punto che attrae il mio interesse e stimola la mia creatività.”
Due opere antagoniste e sorelle, due lati della ricerca sui concetti di presenza e assenza, di elevazione al divino e discesa agli inferi, in un percorso ai limiti della psicanalisi e della spiritualità.
Due opere che ci coinvolgono emotivamente, ci fanno “immergere” nel nostro “io” collettivo e individuale e ci mettono a confronto con gli interrogativi primari dell’uomo. Anish Kapoor ha colpito nel segno, ha toccato il profondo degli spettatori, riaffermando ancora una volta da maestro il potere dell’Arte, nella sua semplicità fatta di complessità.

Helmut Schilling

 

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