Marco Belocchi – Reperti in bianco e nero – Una lettura di Letizia Leone

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Marco Belocchi – Reperti in bianco e nero – Lithos Editrice, Roma, 2026

Nella scelta di una citazione spesso è condensata, se non l’intenzione più profonda dell’autore, almeno la ‘tonalità emotiva’ del libro. Ancor di più quando l’inserzione dell’incipit celebra il senso dello scrivere: “…Scrivere in questo senso è uguale a un sonno profondo, cioè alla morte; come non si estrarrà un morto dal sepolcro, così non si può togliere me, di notte, dalla scrivania.” (F. Kafka)

Attraverso la porta d’ingresso di questa suggestione kafkiana, Marco Belocchi anticipa e illumina l’esperienza notturna della sua scrittura. E lo fa in modo esemplare in questa ultima raccolta di racconti “Reperti in bianco e nero”, dove una situazione esistenziale o psicologica viene isolata come un ‘reperto’ è forzata nella sua logica diurna fino alle estreme conseguenze grottesche. L’annuncio introduttivo viene infatti seguito dal primo racconto emblematico, Oneirocriticon 3.0, un memoriale lasciato ai posteri da parte di un professore di un fantomatico dipartimento di scienza onirica. Il resoconto degli esperimenti condotti sulla soglia liminare della veglia, del sogno, del sonno, della percezione attraverso la forzatura del dispositivo della coscienza, rivelerà la dissoluzione della cosiddetta ‘realtà’. Lo scienziato del ‘Progetto Artemidoro’ racconta di una dimensione ‘altra’ che progressivamente si confonderà allo stato di veglia e infine lo sostituirà: La mia vita… era ormai sospesa su un baratro speculare, dove il controllo della coscienza barcollava e la mia memoria turbinava faticosamente tra una dimensione e l’altra…

Copertina di un libro in bianco e nero con il titolo "REPERTI IN BIANCO E NERO", l'indicazione "RACCONTI" e il nome dell'autore "MARCO BELOCCHI" edito da Lithos. Sullo sfondo si vede un paesaggio industriale sfocato con gasometri e strutture metalliche tra le nebbie.

Belocchi conosce bene l’attualità profetica degli scrittori novecenteschi, quelli che Ferruccio Masini appellava “Schiavi di Efesto” o “Lanzichenecchi del nulla”, con i loro paesaggi distopici cartografati nell’inconscio (pensiamo al fascino cupo del romanzo L’altra parte del grande visionario Alfred Kubin dove un Regno dei Sogni è governato dall’incubo). Ma chi si avventura più oggi verso certe ardue letture? sentieri da capra che richiedono lentezza e oculatezza? Eppure, il nostro autore (poeta, regista, attore) potrebbe trovarsi bene nel cantiere sotterraneo di Masini tra “quei poeti, quei drammaturghi, quegli scrittori moderni che lavorano nei ‘visceri’ dell’umanesimo putrefatto…” laddove “essi continuano a cercare una qualche liberazione, anche da sé stessi, nei varchi della scrittura…”

Questa continua diserzione dai confini della razionalità è il sistema operativo di questi diciotto racconti. Senza dimenticare che la continuità tra reale e immaginario è in fondo peculiare allo stato dell’essere del poeta, così come l’uscita dalla linearità temporale o l’empatia, la memoria o l’istante epifanico. Poesia e scrittura si rivelano punti di fuga. Per il poeta la coscienza è uno spazio illimitato dove i vivi e i morti si incrociano, annullando ogni meccanica temporale e cronologica. Il racconto Fantasmi in maremma ne è esposizione coinvolgente e malinconica.

E qui si insinua un’altra cifra stilistica importante del libro: la malinconia. Se il paesaggio esistenziale contemporaneo si rivela respingente, così straniato e straziato da ogni umanità, il passato riemerge come fantasmagoria di un vecchio film in bianco e nero.

I “fantasmi” maremmani si muovono come figure sbiadite che riemergono dalla memoria — contadini, volti scomparsi, leggende locali, atmosfere perdute — oltrepassando la suspense del genere gotico-fantastico. Come sottolinea Stefano D’Angelo nella prefazione: “Anche qui, è inevitabile ricordare i volti sbiaditi dei giganti di questo tipo di sceneggiati (non fiction, per carità!): Corrado Gaipa, Carla Gravina, l’immancabile Ugo Pagliai (magari come protagonista).”

Eppure, questa pellicola in bianco e nero agisce anche come un filtro affettivo e ci immette nell’atmosfera della seconda sezione del libro intitolata Cinematografica.

Giorgio Ortona, Ghiacciolo all'arancia, Olio su tela incollata su tavola, 2021
Giorgio Ortona, Ghiacciolo all’arancia, Olio su tela incollata su tavola, 2021

La perdita di identità (e di memoria storica), così come la dissoluzione del soggetto, sono temi strutturali che l’autore manipola con maestria, adottando spesso il procedimento dello straniamento, così come in Cinema Italia dove il racconto in prima persona viene condotto dal cinema stesso amplificando la percezione di chi legge.

Nella sua scrittura Belocchi usa la precisione quasi cinematografica del regista (e penso al cinema di Hitchcock o alla grafica di Kubin) tanto che l’elemento fantastico s’innesta in una struttura narrativa impeccabile e sorvegliata nei minimi dettagli. Attraverso questo rigore formale, emerge l’insolito o l’assurdo quasi in cortocircuito, dissolvendo la presunta intellegibilità del mondo.

Il grande outsider della filosofia francese del ‘900, Jean Baudrillard ci aveva avvisato: “Visto che il mondo sta prendendo una direzione delirante è il caso di assumere un punto di vista delirante.”  L’autore sembra adottare pienamente questa strategia di distorsione prospettica: guardare il mondo dall’angolo inclinato del paradosso.

Tra sonnambulismo onirico e soprassalti da incubo ad ogni momento potrebbe irrompere la surrealtà.  Deformazione e straniamento corrodono la solidità dell’io, sempre più in balìa di eventi incontrollabili. Sembra che in questa inquietante precarietà l’unica consolazione sia la nostalgia del reperto, le archeologie della memoria proiettate sullo schermo di una sala d’essai.

Ma è falsa consolazione anche questa, maschera dell’angoscia.

Dietro il reale si allarga la grande falla, il “collasso del simbolico”, il buco dell’ozono della significazione, l’immaginario che deraglia nell’allucinazione. E la dissoluzione dell’arte in merce con il gran finale del poeta linciato dalla folla nel racconto Poeti si muore, evocazione spettrale di un Orfeo dilaniato dalle baccanti.

Allora uscendo dal cinema, ci ammonisce Barthes, ci si dovrebbe rendere conto che “Come nei vecchi esperimenti di ipnotismo, siamo affascinati, senza vederlo in faccia, da questo spazio brillante, immobile e danzante.” Il fondamento stesso del Reale ci è franato sotto i piedi. Dunque, non è solo passione per il vintage o per il ricordo nostalgico certa scrittura di Marco Belocchi, (il vecchio Cinema Italia trasformato in Bingo Italia: “Bè, ero in linea con l’intero paese, ridotto anch’esso a una grande lotteria.”), bensì, la sua scrittura è metro e misura del presente. Sguardo all’abisso luccicante e spettrale che ci osserva dalle profondità.

ODEON
Velluto che va via
da ogni punto, poro
perduto nell’impero di straforo
delle pulci, mai restituito
al sole del goduto, liscio,
da favola smargiassa
dileguato nella nemesi,
velluto di teatro,
in ogni singolo luogo
abbandonato.
(Vito Riviello)

https://lithoslibreriaeditrice.it/index.html#casa-editrice

https://www.lafeltrinelli.it/libri/autori/marco-belocchi

Letizia Leone ha recentemente letto per Diwali anche “Collasso gravitazionale” di Stefano D’Angelo.

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