Imperatività nel numero Uno

Scultura di un uomo nudo curvato in avanti che trasporta sulla schiena un tetto di tegole legato con corde.
Scultura "Home to Go" di Adrian Paci

Singolarità e accentramenti per un itinerario di tipo multi-direzionale

Quelli che seguono sono dei percorsi argomentativi basati su “incuneazioni” e accostamenti, grazie a cui sarà possibile entrare in contatto diretto con le tipicità di alcune determinate frontiere estetiche e temporali, legate nell’insieme al numero Uno. Lo scopo prioritario è certamente quello di poter analizzare, seppur in modo sommario, alcune porzioni o stralci di realtà sonore e visive, riconducibili alla cultura del nostro tempo o del vicino passato, lasciandoci trasportare da un criterio per lo più amalgamante e deliberatamente fluente. Procedere attraverso una decifrazione congiunta dei linguaggi consentirà di approdare a una possibile-anche se parziale-sintesi.

L’intenzione di fondo, del resto, è quella di rendersi permeabili rispetto a un’emersione possibile di sorprese, che possano riguardare il nostro sguardo e al contempo il nostro udito, avvalendosi di un presupposto costantemente dialogico.

Il dialogo può certamente interessare i materiali, le discipline stesse nonché le esperienze nella loro complessità. A fronte di tutto ciò si potrà imbastire una continua verifica, proseguendo auspicabilmente attraverso un interessante ampliamento.

Iniziamo con il soffermarci sul verbo “stagliarsi”, che sta ad indicare il profilarsi e il delinearsi di qualcosa, con contorni ben marcati e nitidi, a ridosso di uno sfondo oppure a ridosso di una superficie. A ben vedere un singolo elemento, un oggetto oppure un suono che tenda a stagliarsi su uno sfondo oppure al cospetto dei nostri sensi o della nostra mente sarà indubbiamente carico di una predominanza vera e propria.  Di qui in avanti proprio di questo ci interesseremo ovvero di come sia possibile che un elemento, preso nella sua assoluta singolarità e interezza, arrivi a stagliarsi e ad avere un egregio risalto dinanzi ai nostri occhi oppure dinanzi al nostro udito, in modo da catturarci e apparire di per sé “fagocitante” e determinante ma, soprattutto, vivido da un punto di vista posizionale, strutturale, formale etc. Tenendo conto di questo aspetto, il primo esempio musicale che mi interessa qui proporre potrà condurre inequivocabilmente in direzione di Galina Ivanovna Ustvolskaya, compositrice di origine russa la quale, nell’anno 1953, ha dato un effettivo completamento a un corpus di interessanti Preludi per pianoforte.

Nella raccolta pianistica a cui stiamo facendo riferimento il numero Uno si staglia clamorosamente e felicemente dinanzi al nostro udito (ma anche dinanzi al nostro punto di osservazione). Si potrà infatti constatare immediatamente come i brani siano interamente e formalmente incentrati su un tempo di base di 1/4. La scelta del 12 invece, come numero unificatore per la costruzione di un accorpamento vero e proprio, così come la predilezione per il genere del preludio vanno a imporre, chiaramente, dei riferimenti diretti a Johann Sebastian Bach e a Claude Debussy: entrambi celebri per le rispettive raccolte omonime. Ma torniamo al numero Uno come criterio di base. Ciò che colpisce, di primo acchito, nell’impostazione organizzativa di Ustvolskaya è proprio l’unicità che riguarda l’impostazione di 1/4: un’atipicità interessante poiché si tratta di un vero e proprio approfondimento “territoriale” di tipo metrico e quindi propriamente ambientativo. Siamo quasi di fronte a una conformazione paesaggistica dal punto di vista della struttura, con conseguenze interessanti sull’andamento e sull’incedere sonoro. È presumibile pensare che si sia desiderato, mediante tale scelta, offrire una magnificenza e non solo una sottolineatura sommaria a ciascun valore (o figura musicale). Va tra l’altro notato come nei brani in questione siano deliberatamente assenti le stanghette di separazione delle battute e come la singolarità ben circoscritta del valore di semiminima, presa in modo a sé stante, possa essere di certo inquadrata anche sulla base di un’ampia arcata. Possiamo inoltre notare come, nei Preludi su citati, si tenda a creare una sovrapposizione più che evidente tra la fermezza rigorosa del valore singolo, in termini di durata, e l’apertura fraseologica quasi dilatativa, lasciando immaginare e presagire uno spazio concentrato e apparentemente conchiuso, ma altresì aperto e quindi in grado di restituire un’idea davvero capiente e improntata a scorrevolezza.

Tale scorrevolezza risulta marcata da tutte le sottolineature date ai valori singoli, per lo più semiminime, con interpolazioni di crome o minime. Ad ogni modo la singolarità di un’indicazione costante e a dir poco totalizzante basata su 1/4, potrà essere fatta oggetto di un confronto fugace con la mobilità iper-frastagliata e davvero scalpitante che è tipica, invece, di un brano pianistico alquanto celebre di Karlheinz Stockhausen. Si tratta del Klavierstück IX.

Noto per la sua natura oltremodo mutevole esso ci offre già nell’incipit una polimetria sensazionale e a dir poco frastornante, ragguardevole proprio per il suo essere ben tipizzata. Sarà utile scorgere anche questa volta l’affioramento del numero Uno: il tutto avviene attraverso un ben diverso tipo di manifestazione sonora. Sono infatti presenti nel brano in questione varie occorrenze e indicazioni metriche di 1/8: esse si presentano però in ordine decisamente sparso e pressoché sviante, avvalorando con forza il criterio di discontinuità e frammentarietà totale. In questo caso si evidenzia anzitutto uno slittamento in direzione del valore di croma come unità di riferimento ed è quasi spettacolare questa visione, che pone direttamente a contatto un’indicazione di 1/8 (circoscritta nello spazio esiguo di singole misure paesaggisticamente dislocate) accanto a quella di 142/8, presentando a seguire -e in sequenza- 87/8, 42/8, 13/8, 2/8, 21/8 e via dicendo. È questo un segno tangibile della presenza di una totale accoglienza nei confronti di raggruppamenti tra i più disparati e mutevoli. Gli esempi, tra l’altro, potrebbero essere numerosi e oltremodo differenziati, viaggiando lungo tutto il secolo del Novecento e oltre. Ad ogni modo un confronto così esplicito e diretto tra Stockhausen e Ustvolskaya ci farà conoscere dei veri e propri antipodi, dal punto dell’impostazione e della direzione costruttiva. Il tutto darà modo di constatare come la malleabilità nell’impianto metrico-costruttivo sia una questione costantemente aperta e suscettibile di integrazioni e ampliamenti davvero molteplici.

Procedo nel discorso andando ad associare il numero Uno non solo a un’indicazione metrica (che possa avere, come già detto, un carattere continuativo oppure nettamente discontinuo) ma, invece, a un timbro specifico, evidentemente derivante da uno strumento altrettanto circoscritto e isolabile per le sue tipicità o per le sue caratterizzazioni. Da questo punto di vista potremo guardare allo strumento come a un vero e proprio foriero di singolarità assoluta, accostabile-evidentemente- alla figura di uno strumentista alleato. Propongo a tale riguardo l’ascolto di Mauricio Kagel Old/New (Study for Solo Trumpet). Trattasi diuna pagina di brevissimo respiro, quasi pronta a dileguarsi nel giro di pochi istanti di invitante esplorazione sonora e dove la caratterizzazione timbrica si fa catturante, sin dall’inizio, affidandoci a un criterio di densità davvero scorrevole. Quasi un incantesimo sonoro con effetto di comparsa/scomparsa che possa ricondurre ipoteticamente verso una sorta di magia da immaginare e poi lasciar dileguare. Si ritroverà on line la versione a cura dell’interprete Håkan Hardenberger, nella cui cifra stilistica si evidenziano diverse e accurate gestioni delle dinamiche e dei respiri. E ancora di Georges Aperghis sarà utile menzionare Solo pour table percussive: un brano esemplare fondato su una caratterizzazione oggettuale molto marcata e pensato per un originale solista– come si evince dal titolo stesso-. Nella scelta del compositore Aperghis l’oggetto ordinario si pone di fronte alla vista e all’udito come un neo-strumento di natura magnetica e composita. L’interprete da tenere in conto in questo caso sarà il percussionista Richard Dubelski a cui è stata affidata a più riprese l’esecuzione. Quest’ultima tende a snodarsi lungo un arco temporale di circa 40 minuti. I gesti quotidiani divengono una vera e propria pista di espressione artistica, configurando una sorta di teatro intimo di grande efficacia. Il campo d’azione anche in questa circostanza si appoggia, efficacemente, su un solo e unico “portatore di gesti sonori”. Una musicalità sui generis si crea tappa per tappa, dando forma a una teatralità sonora decisamente contemporanea ed esplorativa. Si tratta, in entrambi i casi, di due possibili avvicinamenti a ricerche sonore di una certa rarità rispetto alle conoscenze abituali e, in ogni caso, ricche di risvolti più che mai legati alla nostra contemporaneità. Senza difficoltà, potrà essere associato il tema della ricerca sullo strumento solista (a sua volta collegato con la tipicità di un timbro) alla figura di Luciano Berio e alla sua ormai nota produzione di Sequenze, concepite tra il 1958 e il 2002 e affidate, volta per volta, a strumenti solisti di cui portare rispettivamente a galla le tipicità più marcate e i risvolti più caratterizzanti, includendo possibilità interpretative di certo innovanti e imprevedibili.

Il numero Uno, senza difficoltà potrà essere naturalmente rilevato anche nell’aspetto peculiare e selettivo legato all’altezza, con un riferimento circostanziato, che possa vertere sulla singola frequenza. Emblematico a tale riguardo il compositore Giacinto Scelsi, il quale nei Quattro pezzi per orchestra (Ciascuno su una sola nota) ribadisce proprio questo criterio di tipo accentuativo e magnificamente focalizzante. L’attualità culturale ci ha offerto un’affascinante riproposizione di questo corpus di brani che risale all’anno 1985 e che ha goduto di un ricollocamento davvero originale, all’interno di un recente spettacolo a firma di Romeo Castellucci. Mi riferisco alla scelta attuata all’interno dello Stabat Mater, proposto in una nuova e avvincente versione nella programmazione del Teatro dell’Opera di Roma. Lo spettacolo in questione ha avuto luogo nell’ottobre 2025 nella Basilica di Santa Maria in Ara Coeli.

Di fatto lo Stabat Mater di Pergolesi è stato intercalato, per l’appunto, ai suddetti brani di Scelsi generando un binomio originale, indubbiamente ammantato di un alone davvero speciale e soprattutto inusitato. Nella composizione di Scelsi possiamo scorgere uditivamente diverse variazioni micro-tonali, con passaggi alterni tra strumenti. L’orchestra a cui si fa espressamente riferimento è un’orchestra da camera. Va notato come nella visione registica di Castellucci i membri dell’orchestra si presentino clamorosamente in mimetica, mostrando i tratti di un’attualizzazione formidabile, soprattutto ponendo l’accento su un’emergenza conclamata e tragicamente vicina a noi tutti, quella delle guerre in corso. Una concezione scenicamente sorprendente, che va ad evidenziare, d’altra parte, la visionarietà tipica di Castellucci. Va sottolineato come nelle versioni attualmente portate in Francia siano state prescelte chiese e luoghi di culto appartenenti a credo diversificati (una delle prime città ad essere coinvolta è stata Avignone) per aprire il ventaglio di possibilità e per non circoscrivere i territori in senso univoco.

Aggiungo come nella mia esperienza sia rientrata, diversi anni fa, una visita a un’affascinante mostra romana intitolata Arabesques, splendidamente collocata presso le Terme di Diocleziano. Può risultare pertinente citare questa mostra, poiché essa dava spazio a un’installazione davvero sontuosa. In tale circostanza Liliana Moro proponeva una registrazione amplificata di una singola e “imperativa” goccia che cade. Ubicata nell’ingresso, l’installazione suddetta procedeva con numerosi ulteriori ed egregi contributi legati alle arti della contemporaneità. Un singolo suono ipnotico e ipnotizzante, situato in un’ambiente fortemente intriso di storicità e atemporalità, non poteva che liberare in quel contesto un forte senso di magnificenza. L’evento di cui riferisco risale propriamente all’anno 2018. Ma anche negli spazi del PAC, Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, nell’ambito della mostra intitolata Andante con moto, avente come filo conduttore il suono, si ritrovava qualche tempo fa un’installazione in qualche modo similare, caratterizzata da una foto di grandi dimensioni e una suggestione di tipo sonoro: ancora una volta un focus su un singolo suono e, nuovamente, una goccia d’acqua. La foto proposta da Moro nell’installazione in questione riproduceva fattivamente un microfono. Di seguito le parole della stessa Moro:

È una fotografia che ho fatto nel 1989, che dà il la a tutto ciò che si ascolta lungo il percorso espositivo. Ho voluto riprodurre come poster murale la foto del microfono, mentre a terra c’è un altro piccolo lavoro, sonoro anch’esso, che si intitola “In no Time”. È un lavoro del 2023, che è una goccia d’acqua che cade in maniera irregolare. Il titolo ne spiega il senso: non c’è più tempo. È un’opera un po’ sulla cura, sull’attenzione che dobbiamo mettere ancora di più per il nostro mondo. (La fonte è Skytg24).

Ebbene, è evidente come su una goccia in caduta libera possa essere interamente sviluppato un lavoro, anche prolungato, che si riveli certamente in grado di liberare risultati significativi. Proseguendo nella costruzione di un possibile itinerario comprendente diverse ipotesi di raccordo con il numero Uno, vado a citare un ancor diverso esempio di esperienza sonora, risalente al mese di settembre 2025 e riconducibile questa volta al Museo Novecento di Firenze.

L’evento di cui sto parlando, intitolato Opening Loss for an Hour, risulta essere incentrato sulla registrazione della voce di un singolo uccello, dichiarato tra l’altro in estinzione. Le registrazioni proposte, rielaborate musicalmente e allungate sino a raggiungere lo spazio temporale di circa un’ora, hanno a che fare proprio con l’ultimo maschio della specie in questione. Il progetto sonoro porta la firma di Kirsten Stromberg edè stato pensato come un’esperienza di ascolto di gruppo, mirando a riflettere sull’assenza e sul dolore della perdita di esseri animali e viventi.  Al centro dell’attenzione viene posto dunque un solista davvero atipico, pronto a dare spazio, in forma reiterata, a “stilizzazioni” vocali dotate di assoluta singolarità espressiva. Anche l’impatto di una visione del mondo antropocentrica sul pianeta rientra tra le possibili riflessioni ricollegabili a tale lavoro di esplorazione.

Proprio dopo questa segnalazione, collegata propriamente con gli spazi e con i mondi di natura, può essere utile un riferimento fugace alla produzione musicale, di stampo didattico, di Nino Rota, il quale ha composto un brano titolato Il grillo notturno, dai connotati puri e mai ridondanti. Stiamo parlando in modo particolareggiato di un delicato brano didattico per pianoforte, interamente fondato sulla ripetizione, affidata alla mano destra, di un unico e ipnotico suono: il fa diesis. Mi è capitato nei miei corsi di pianoforte di affidare anche alla voce e al gesto la sottolineatura del fa diesis ricorrente. Volta per volta ho potuto notare come ne potesse derivare una sorta di incantamento quasi meditativo. Soprattutto sottoponendo il brano a ripetizione costante.

A proposito di ripetizione costante, risulterà facile pensare a Eric Satie e al suo brano intitolato Vexations. Ricordo en passant come, nel caso di Vexations, nel programma concertistico eventualmente da predisporre, si rinunci in toto a una qualsivoglia forma di variabilità e si finisca invece per impostare il tutto sulla ripetizione costante e ipnotizzante di questo singolo brano, fondato su due pentagrammi doppi e uno in chiave di basso posto in calce, che il compositore indica come thème. L’indicazione agogica è Très lent (molto lento), mentre sono assenti il metro, la suddivisione in misure e le indicazioni dinamiche o espressive. Il tema suddetto è sottoposto a due armonizzazioni e a ripetizioni costanti. L’ipotesi, dunque è che vi sia un unico brano, all’interno di un singolo evento sonoro. Una replica quindi e una prassi affidata a un criterio di estenuante ciclicità e bellezza.

Ho potuto ascoltare molti anni fa, nell’Auditorium Parco della Musica in Roma, una versione di Vexations affidata a un gran numero di pianiste e pianisti attivi in successione e in piena scorrevolezza, pronti a determinare, nell’insieme, delle lievi e quasi impercettibili differenziazioni. In quell’occasione ho prodotto uno scritto intitolato Entra il tempo anche dalle vetrate. La mia intenzione era quella di sottolineare – musicalmente parlando -la possibile azione sottile sul tempo, anche di tipo poetico.Lo scritto in questione èpoi confluito nel volume Apparati di suoni metodicamente cruciali (2013) a cui rimando.Mi piace tuttavia segnalare anche una nuova e ben più recente versione di Vexations, che ha avuto luogo nell’Accademia di Francia, all’interno dell’edizione passata del Festival di Nuova Consonanza (edizione 2025). La singolarità, all’interno di questa visione, in parte ammaliatrice, può risultare un fatto bastante: un “rito” bastante, si potrebbe dire.

Restando nel novero delle ricerche sonore e compositive contemporanee, di tipo pianistico, si potrà di certo menzionare il compositore György Ligeti, il quale all’interno della raccolta intitolata Musica ricercata, nel branon.1 (Sostenuto) va a dispiegare un chiaro elogio della nota la: trattasi quasi di una apologia in verità, che si avvale di un uso misurato -ma netto- del concetto di iterazione e si serve di passaggi alterni tra ottave e registri diversificati, con un impiego dei criteri accentuativi alquanto frastagliato, tale da conferire al numero Uno una varietà sottile eppure evidente e ben percepibile. Abbiamo dunque e nuovamente un singolo suono da accerchiare e isolare attraverso l’ascolto. Un suono portato a galla con maestria e con una naturale evidenziazione. Le accelerazioni ritmiche presenti, a partire dalla seconda parte del brano di Ligeti, ma anche le notevolissime espansioni in termini dinamici, che conducono persino in direzione di suoni contrassegnati dalla dicitura sfff vanno a liberare un’energia interna davvero corposa. E ancora, le diciture “tutta la forza” e “ferocissimo” – in corrispondenza di una zona affiancata all’indicazione agogica del Prestissimo – mirano di certo a ottenere una sorta di esplosione rapida, ma al contempo consequenziale e, pertanto, uditivamente solida oltreché incisiva. Da notare, tra l’altro, come il brano n.2 della raccolta Musica ricercata, in contrapposizione decisa, si sposti su tutt’altra atmosfera: l’indicazione prescelta per il secondo brano è infatti quella di “Mesto, rigido e cerimoniale” quasi a riassorbire tutta la carica incandescente lasciata affiorare in precedenza. Il gioco di forze distributive risulta essere in tal modo molto curato e densamente calibrato, all’insegna di un’unità stilistica di certo evidenziabile, ma anche emozionalmente degna di nota e facilmente assimilabile come traccia mnemonica.

Un accentramento totalizzante su un unico gesto, quello dell’applauso (e sulle valenze specificamente ritmiche ad esso riconducibili) emerge invece in Steve Reich e in Clapping music. L’associazione con il numero Uno riguarda questa volta proprio il gesto stesso, un unico gesto, per l’appunto, ripetuto e musicalmente de-funzionalizzato, seppur declinato in variabili ritmiche non poco ammalianti.

Proseguo ora facendo appello ad alcune esperienze ulteriori vissute in presa diretta e degne di testimonianza. Nel mese di settembre 2025 ho avuto modo di seguire la conferenza intitolata Restituire un volto all’umano. La data di svolgimento è stata il16 settembre 2025, la location la Sala S.Pio X in Roma. Di pari passo, e precisamente in Via dell’Ospedale, nelle restaurate Corsie Sistine, era allestita la mostra che vedeva come protagonista l’artista albanese Adrian Paci. Tre video su maxi schermi, unificati dal punto di vista dell’ambientazione e oltremodo consequenziali, ponevano al centro il suono ammaliante di una sola e imperiosa campana, non priva di significati e riferimenti puntuali (il tutto su uno sfondo di suoni d’acqua). Il protagonismo della campana-unico e avvincente oggetto rilevabile visivamente e ascoltabile nella sua perentorietà penetrante -assumeva anche in questa circostanza un ruolo a dir poco protagonistico.

Scultura di un uomo nudo curvato in avanti che trasporta sulla schiena un tetto di tegole legato con corde.
Scultura “Home to Go” di Adrian Paci

Di Adrian Paci andrà di certo ricordata anche una scultura davvero emblematica, che si accentra propriamente sulla rappresentazione di un singolo uomo: un migrante di cui ci avvolge la fragilità. Una fragilità a dir poco “strabordante”. Chinato in avanti tale individuo si appresta a trasportare sulla propria schiena un tetto di un’abitazione, il titolo dell’opera è No Man is an Island. L’ipotesi è inevitabilmente alimentatrice di riflessioni ad ampio raggio. Il numero Uno in questo caso specifico si fa chiaro emblema del soggetto e dell’individuo. L’identità, le relazioni sociali, la memoria collettiva, il viaggio e la speranza sono poste necessariamente al centro dell’attenzione.

Si sono inanellate dopo la visione del video di Adrian Paci alcune ulteriori ricognizioni.  Ho ripreso tra le mani, ad esempio, il comunicato stampa relativo alla mostra di scultura visitata presso i Mercati di Traiano in Roma e intitolata Toccare il tempo di Kan Yasuda. Si può toccare il tempo?

Razionalmente è inaccettabile (si ritrova scritto nel testo di Lucrezia Ungaro). Ma i risultati della mostra stessa indicano invece e chiaramente una possibilità sottesa ed esperibile.  Il numero Uno, in questo caso, è dato espressamente dall’idea di blocco unico e conchiuso. Il riferimento è, in particolare, agli imponenti e pesanti sassi di metallo argenteo. “Gli spazi chiamano le forme” risulta essere il motto basilare dell’artista. Liberare la materia nello spazio. per sprigionare l’essenza del blocco chiuso, risulta essere uno degli intenti prioritari. Le sculture in questione sono sempre in forte interrelazione con il luogo. L’Uno. di fatto, è anche riconducibile all’aspetto dell’unitarietà.

A ben vedere potrà rientrare in questa elencazione la peculiarità stilistica dell’artista Thomas Houseago: nelle sue opere è emblematico il soggetto singolo “catturato” e sculturalmente restituito in posture anomale, ma pur sempre isolato nella sua imperiosità avvincente e, a tratti, ambigua.Ci tengo anche a riferire come, in un itinerario formativo da me condotto e interamente basato sul tema qui affrontato (ovvero la pregnanza del numero Uno), io abbia avuto modo di mostrare i risultati della ricerca pittorica di Franco Rovaioli. Si ritrova un approfondimento in tal senso nella Rivista Art’E’ n.3 -2003, L’articolo su cui mi sono basata è intitolato Mondi sospesi ed è firmato da Aldo Caterino. Nell’articolo viene messo dapprima in evidenza il dualismo presente tra due differenti tipologie di paesaggi. L’artista in prima persona afferma:

 “Non riesco a mantenere fisse neppure le convinzioni. Il mio pensiero guarda sempre oltre l’angolo alla ricerca dei contrari, senza mai arrivare alla fine. Con un occhio osservo ciò che ho trovato e con l’altro continuo a cercare. I doppi sguardi, le doppie espressioni, i doppi tempi non sono l’espressione delle due facce della personalità, ma il ritratto di un individuo o di un paesaggio in due tempi. La doppia prospettiva va letta come un “piano sequenza” cinematografico, una ripresa in movimento dal basso verso l’alto o attorno al soggetto”.

Monumentale scultura antropomorfa stilizzata in gesso bianco e tondini di ferro a vista all'interno di una galleria d'arte.
Thomas Houseago, Striding Figure (Rome I), 2013. Gesso Tuf-Cal, canapa e armatura in ferro.

Nelle opere spicca infatti il modo singolare di costruire le figure e l’ambientazione, con tratti molto puliti e con un’accentuata ricchezza di particolari. Proprio a partire da questa doppiezza si arriva facilmente a notare, in un secondo momento, la singolarità e la purezza a tratti distorta degli affioramenti, che lasciano spazio a una raffigurazione dell’individuo singolo-spesso una donna-. L’individuo si staglia in tal modo sullo sfondo, facendosi carico di una “singolarizzazione” vistosa e imperativa.  Anche questa visione restituisce dunque una sottolineatura e un’imperatività del numero Uno. Di seguito alcuni titoli dei dipinti legati ad ambienti circoscritti: Interno allagato, In fondo alle scale e Prima di partire. Proprio qui notiamo con evidenza l’apparizione quasi stilizzata della figura femminile, così come in Una valigia. Anche Dall’alba al tramonto mostra una donna seduta sul letto, unica e vistosa emersione figurale, chiaramente pregnante e di natura indelebile. Aldo Caterino nell’intervista parla di inquadrature audaci, cinematografiche con una prospettiva falsata e quasi irreale al punto che le figure tendono a uscire dal quadro. Vengono per lo più portati alla ribalta ambienti domestici. In questo contesto così caratterizzato il soggetto affiorante emerge nella sua caparbia e catturante vistosità. E, al contempo, si evidenziano le direzioni principali della ricerca pittorica: dare movimento alle figure piatte e immobili, distorcere le figure, le linee prospettiche, i muri, la simmetria dei corpi, per rendere la composizione instabile. Tutto ciò per distaccarsi da un’eccessiva aderenza al realismo. Il tutto avviene portando risalto anche a un’esasperazione delle linee asimmetriche dei visi e generando in tal modo una sensazione di straniamento, con figure umane oltremodo misteriose e assorte. Le influenze e le ascendenze dichiarate da Rovaioli ci inducono inoltre – e collateralmente- a scorgere le particolarità stilistiche della pittura di Mario Sironi. Tali influenze possono essere presto dimostrate e accertate ad esempio dedicandosi alla lettura di un articolo di Elena Pontiggia (pag.40) presente su Rivista ArteIn volV ott.-nov. 2021.

Ritroviamo una riproduzione del dipinto intitolato La malinconia, (1927, olio su tela Museo Novecento Milano) che rimanda alla statuaria classica e Paesaggio urbano (1925-28 Museo del Novecento, Milano). Una figura di donna, solitaria e pregna di gravità ci riconduce esemplarmente al carattere della singolarità. Nella medesima rivista spicca e attira di gran lunga l’attenzione anche il lavoro artistico di Matteo Basile, ugualmente riconducibile a una ricerca sul protagonismo dell’Uno. Egli sin dagli esordi pone al centro il soggetto umano, “mappando il volto nei suoi scatti in bianco e nero, usando l’acciaio come tela sublimata, manipolando il file con spostamenti minimi ma significanti, taggando il telaio con sciabolate in rosso, evocando facce generazionali, portando la vecchia serigrafia nel multiplo digitale a bassa tiratura”, come scrive Gianluca Marziani. Le sue sono figure aliene dotate di echi lontani: Disclosure (2021), Imago Mundi – Chapter I (2021), Mnemosyne IV (2021). Risalendo verso Archetipi umani e in una sorta di metafisica dello spazio rinveniamo i connotati dell’essere e la rilevanza dei mondi interiori di individui forse non pienamente riconoscibili, ma di cui sarà possibile scorgere o assorbire la potenza energetica, come un’emersione vera e propria o come un’impronta degna di attenzione e risalto.

Ritratto d'arte digitale di una donna con lunghi capelli rossi avvolta in una scultura tessile sferica con sovrapposizioni geometriche scure.
Matteo Basilé, HYBRIDA, 2021-2022. Opera fotografica e pittura digitale.

https://www.scelsi.it

https://www.peterkilchmann.com/artists/56-adrian-paci

https://www.matteobasile.com

https://www.xavierhufkens.com/artists/thomas-houseago

Leggi i nostri recenti articoli sulla retrospettiva attualmente in corso alla Fondazione Louis Vuitton a Parigi dedicata all’opera di Alexander Calder e su i Voice Portraits di Giovanna Iorio, ovvero “Poetry in Motion: a Londra la poesia italiana entra nello spazio urbano.”

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