“Zebù bambino” di Davide Cortese

Zebù Bambino - Davide Cortese

Un oscuro Vangelo dell’infanzia

Zebù Bambino - Davide Cortese

La raccolta Zebù bambino di Davide Cortese si impone come un piccolo, perturbante congegno allegorico in cui l’infanzia viene sottratta alla sua consueta aura di innocenza per essere rifondata entro una dimensione ambigua, intrisa di sacrilegio e visionarietà.

L’opera si articola in brevi quadri come epifanie — ciascuna autosufficiente ma internamente legata da una coerenza simbolica e tematica: il gioco, il fuoco, il sacrilegio, la parodia — quasi stazioni di una via crucis rovesciata, in cui il protagonista, il “demone bambino” il cui nome stesso è grottesco e parodico, assume progressivamente i tratti di un archetipo, di una figura simbolica della contraddizione originaria dell’umano.

Zebù Bambino - Davide Cortese
Disegno originale di Davide Cortese

Fin dall’incipit, Cortese provoca una frattura tra la dimensione mitica e quella storica: “Scoccano insieme / la mezzanotte e il mezzogiorno”, un tempo impossibile, sospeso, in cui si riflette la duplicità di un io — “Due miei volti” — che trova nel bambino demoniaco il proprio specchio deformante.

Uno dei nuclei più rilevanti della raccolta è il rapporto col sacro, trattato in chiave satirica e in certo senso addirittura blasfema; la presenza ricorrente di figure come Gesù e Maria, infatti, non è mai consolatoria o devozionale: esse vengono ridotte a oggetti di beffa, vittime di atti crudeli o derisori. In tal senso, Zebù bambino si configura come un anti-Cristo ludico, un trickster che dissacra ogni ordine simbolico al fine di denunciare la fragilità delle costruzioni morali e religiose, riportandole a una dimensione infantile, ma in una dialettica costante tra innocenza e crudeltà.

Il bambino gioca, ma i suoi giochi sono macabri, estremi — decapitazioni di bambole, incendi, sevizie, atti violenti gratuiti — e sembrano richiamare la riflessione novecentesca sull’infanzia come luogo non ancora moralizzato, in cui bene e male coesistono indistinti. In questo senso, Zebù non è tanto un mostro dal quale l’umanità deve guardarsi, ma la rappresentazione poetica dell’Ombra che abita la nostra interiorità — “L’ho imparato dagli uomini” — e costringe a ribaltare la prospettiva sulla colpa, individuando senz’altro nell’adulto la risposta all’antica domanda: unde malum?

Eppure, accanto alla ferocia ‘al di là del bene e del male’, emergono fenditure di vulnerabilità: il bambino “lacrima zolfo”, cioè piange, soffre, mostrando come anche nel demoniaco persista una scintilla di bene, per quanto residuale — “un arcano bisogno d’amore” — che si traduce in gesti goffi, quasi teneri — come il furto del lecca-lecca “a forma di cuore” — che proteggono l’opera da un certo rischio di monolitismo allegorico per ottenerle una profondità autenticamente tragica.

Dal punto di vista stilistico, Cortese costruisce un equilibrio raffinato tra semplicità e densità: il meccanismo della ripetizione ha una funzione incantatoria, quasi liturgica, che scandisce il testo e ne rafforza la coesione interna; allo stesso tempo, l’autore dissemina immagini di forte impatto visivo e concettuale, creando una imagerie coerente e riconoscibile che si muove tra la favola horror e il vangelo apocrifo.

La metrica appare volutamente mobile, oscillante tra filastrocca e quartina rimata, tra ritmo cantilenante e una ‘spezzatura’ prosastica che sembra attingere alla tradizione della poesia per l’infanzia — eco lontana di Gianni Rodari, ad esempio — per poi corromperla dall’interno.

Il ritmo semplice, spesso fondato su rime baciate, produce uno scarto straniante che ricorda, per certi versi, le filastrocche nere della tradizione popolare europea — come Der Struwwelpeter di Hoffman — o certe invenzioni di Aldo Palazzeschi, ma private di ogni leggerezza ludica e trasfigurate dall’oscurità.

La lingua è apparentemente piana, quasi infantile, ma costruita con sapiente precisione, ricca di un lessico concreto, corporeo — “ginocchia sbucciate”, “seno di plastica” — e insiste su elementi degradati o inquietanti. Il topos del fuoco si configura come un vero e proprio leitmotiv, dove fiammiferi e incendi costituiscono al medesimo tempo gesti ludici ‘innocenti’ e atti derivanti da una pulsione distruttiva, echi di una dimensione infernale che richiama la figura di Mefistofele evocata esplicitamente nel testo; Zebù, insomma, appare come il dio bambino responsabile dell’atto demiurgico e, allo stesso tempo, dell’ecpirosi universale.

Il finale introduce una nota ambigua — “Presto farà breccia / nel cuore di Gesù” — che può essere letta tanto come minaccia quanto come possibilità di redenzione, nella quale si condensa l’intera tensione della raccolta: Zebù non è solo distruzione, è anche desiderio di agnizione psicologico-archetipica, incarna cioè l’istanza universale di essere accolto e riconosciuto, la brama di essere amato nella sua verità più cruda e autentica e — forse — di essere salvato.

Per altre note di Poesia, segnaliamo i recenti articoli su Luca Cipolla sulla sua silloge “71” e su Giovanni Rossato sui suoi scenari notturni.

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