L’estetica della crudeltà di Rezza e Mastrella

Viaggio nel teatro di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, tra habitat geometrici, provocazione e l’estetica della crudeltà che ha conquistato il Leone d’Oro.

Esiste un luogo, nel panorama teatrale contemporaneo, dove la logica abdica in favore di una ferocia vitale, dove il corpo si fa scultura e lo spazio si trasforma in una trappola per il senso comune. Questo luogo è l’habitat creativo generato dal sodalizio tra Antonio Rezza e Flavia Mastrella, una coppia artistica che da oltre trent’anni persegue una ricerca solitaria e intransigente, refrattaria a ogni catalogazione eppure profondamente radicata nelle contraddizioni dell’umano. Se la scena teatrale italiana è spesso tacciata di un certo accademismo o di un citazionismo stanco, l’opera di RezzaMastrella si staglia come un’anomalia necessaria, un grido afono che squarcia il velo della rassicurazione borghese.

È un’esperienza sensoriale che nasce dalla fusione di due talenti complementari: da un lato la plasticità visionaria di Flavia Mastrella, che progetta gli habitat, strutture di stoffa, metallo e forme geometriche che non sono semplici scenografie ma veri e propri organismi viventi; dall’altro la fisicità parossistica di Antonio Rezza, un performer capace di un’agilità verbale e motoria che rasenta l’impossibile. Rezza non abita lo spazio, lo divora, lo scardina, si insinua nelle fessure create dalla Mastrella per dare voce a una moltitudine di personaggi grotteschi, meschini, tragicamente speculari a noi stessi. Il percorso della coppia ha radici lontane, un cammino che ha visto la luce alla fine degli anni ottanta e che ha trovato consacrazione in opere miliari come Pitecus, Io, Bahamuth e il più recente Hybris. In Pitecus, ad esempio, assistiamo a una sfilata di esseri sottoumani che si muovono all’interno di squarci di stoffa colorata, incarnando i vizi e le piccolezze di una società che ha smarrito ogni afflato ideale. Non c’è consolazione nella risata che Rezza strappa allo spettatore; è una risata amara, un sussulto nervoso davanti alla nudità del male quotidiano.

L’originalità della loro cifra risiede in quello che potremmo definire un “teatro dell’involontario“. Non c’è una narrazione lineare, non c’è una trama da seguire nel senso convenzionale del termine. Il significato emerge per accumulo, per frammentazione, attraverso una lingua reinventata che mescola dialetti, onomatopee e sintassi spezzate. Rezza distorce le parole così come Mastrella distorce le forme, creando un cortocircuito semantico che costringe chi guarda a una partecipazione attiva, quasi dolorosa. È un’estetica della crudeltà che non cerca il sangue, ma la verità, spogliando l’attore di ogni orpello per lasciarlo solo con la sua energia pura e la sua disperata vitalità. In Fratto X, la ricerca si sposta verso l’indagine sulla manipolazione e sulla percezione dell’io. Qui le strutture della Mastrella si fanno ancora più essenziali, quasi diagrammi spaziali entro i quali Rezza moltiplica le proprie identità, in un gioco di specchi che annulla il confine tra l’artista e l’ombra. La loro capacità di contaminare i linguaggi è evidente anche nelle incursioni cinematografiche e letterarie, dove lo stile rimane coerente: una satira feroce che non risparmia nessuno, a partire dagli stessi autori, pronti a mettersi in gioco con un’ironia che è prima di tutto autoanalisi.

Ricevere il Leone d’Oro alla carriera alla Biennale di Venezia nel 2018 è stato il riconoscimento formale di un’unicità che il pubblico più attento aveva già decretato da tempo. Rezza e Mastrella sono riusciti nell’impresa di essere popolari pur rimanendo d’avanguardia, di riempire i teatri senza mai scendere a compromessi con la mediocrità televisiva o con le mode del momento. Il loro è un artigianato d’alto bordo, dove il rigore della preparazione incontra l’imprevedibilità dell’improvvisazione controllata.

Antonio Rezza e Flavia Mastrella

La forza del loro messaggio risiede anche nella capacità di parlare di temi universali, la religione, la morte, il potere, la solitudine, attraverso il filtro della deformazione. In Bahamuth, ispirato all’opera di Borges, il corpo di Rezza si fa veicolo di una cosmogonia distorta, dove la materia stessa sembra ribellarsi alle leggi della fisica. È un teatro che richiede fiato, sia a chi lo fa sia a chi lo guarda, una maratona dell’intelletto che lascia stremati ma arricchiti di nuove, inquietanti domande.

In conclusione, l’opera di Antonio Rezza e Flavia Mastrella rappresenta una delle poche oasi di autentica libertà creativa nel panorama culturale odierno. In un’epoca di omologazione e di contenuti predigeriti, la loro “insubordinazione” artistica ci ricorda che il teatro è ancora il luogo della visione, del paradosso e della verità più scomoda.

Guardare uno dei loro spettacoli significa accettare di essere contaminati da una follia lucida che, pur partendo dal particolare, riesce a farsi universale, lasciandoci il sospetto che quel groviglio di stoffe e di urla in cui Rezza si muove sia, in fondo, l’unica mappa fedele del nostro presente.

Antonio Rezza - Fratto X

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