Il trionfale ritorno di Haendel a Roma

Con il debutto de Il trionfo del Tempo e del Disinganno al Teatro dell’Opera di Roma, ci si trova dinanzi a un evento di straordinaria densità storica. Composto originariamente a Roma da un Georg Friedrich Handel (Halle, 1685 – Londra, 1759) appena ventiduenne su libretto del Cardinale Benedetto Pamphilj, questo lavoro torna finalmente a casa dopo secoli di assenza dal palcoscenico capitolino. Un ritorno che non è solo una celebrazione filologica, ma la conferma di una rinnovata vitalità teatrale per un genere, l’oratorio, nato proprio per aggirare i divieti pontifici sulle rappresentazioni secolari.

Negli ultimi anni, l’oratorio händeliano ha vissuto una vera e propria metamorfosi in spettacolo teatrale, conquistando i principali festival europei. Sebbene concepito senza azione scenica, la sua forza drammatica ha spinto registi di fama mondiale a esplorarne le possibilità visive. Una tappa fondamentale di questo percorso è stata la produzione del 2016 al Teatro alla Scala di Milano, firmata da Jürgen Flimm, che ha segnato la prima storica rappresentazione in forma scenica nel prestigioso teatro milanese, dimostrando come il dibattito allegorico possa reggere le dinamiche di un grande palcoscenico lirico.

Il regista canadese Robert Carsen firma una scelta tanto coraggiosa quanto pericolosa: ambientare la contesa morale tra Bellezza, Piacere, Tempo e Disinganno all’interno di un talent show televisivo. In questa versione, la Bellezza è una concorrente ossessionata dall’immagine e dai mass-media digitali, spinta da un Piacere-presentatore verso un’effimera celebrità. È un’attualizzazione forzata, che a tratti sembra collidere con la sacralità della partitura diretta da Gianluca Capuano, alla guida dell’ensemble su strumenti originali dell’Opera di Roma, che non si armonizza facilmente con gli schermi e le proiezioni che invadono lo spazio visivo; e se ciò da un lato enfatizza il narcisismo mediatico, dall’altro rischia di disorientare il pubblico più legato ai canoni del melodramma, saturando lo spazio visivo a scapito della concentrazione puramente uditiva. Allo stesso tempo, proprio questa rappresenta forse l’unica via percorribile per restituire oggi il senso della “psicomachia barocca” a un pubblico contemporaneo.

Merito del successo va anche alla tenuta del cast, in particolare alla Bellezza, interpretata dal soprano svedese Johanna Wallroth, capace di reggere l’impervia scrittura händeliana — toccando vertici di commozione nel celebre momento di ‘Lascia la spina‘ —, e al Disinganno del controtenore Raffaele Pe, tra le voci più autorevoli del vocalismo barocco, la cui prestazione canora restituisce il giusto peso morale a un’opera che, pur travestita da show, non perde la sua profondità. Sebbene il libretto arcadico a volte fatichi a seguire il ritmo frenetico della scena, Lo spettacolo vince la sfida dimostrando come la ricerca del Vero — cuore del libretto di Pamphilj — finisca per naufragare in un ecosistema mediatico dove la contraffazione digitale non è più un’interferenza, ma la norma stessa della comunicazione.

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