Per decenni, il gioco più affascinante del mondo dell’arte non è stato decifrare il significato di un’opera, ma dare un nome alla mano che impugna lo stencil. Banksy, l’inafferrabile street artist di Bristol, ha costruito un impero culturale sull’assenza, trasformando il proprio anonimato in un’arma di marketing e, contemporaneamente, in uno scudo politico. Tuttavia, recenti notizie battute dalle agenzie internazionali, tra cui Reuters, suggeriscono che il velo di Maya stia per squarciarsi. Un’azione legale per diffamazione intentata contro l’artista e la sua società, la Pest Control Office, ha costretto i documenti depositati presso l’Alta Corte di Londra a indicare un nome civile: Robin Gunningham. Sebbene per i conoscitori della scena street questa non sia una sorpresa assoluta — il nome di Gunningham circola dal 2008 a seguito di un’inchiesta del Daily Mail — è la prima volta che l’identità segreta viene trascinata nel perimetro formale della giustizia britannica.
Questa nuova scossa nel “caso Banksy” riaccende i riflettori su una scia di teorie che negli anni hanno alimentato il mito. In passato, diverse inchieste hanno tentato di sovrapporre il volto di Banksy a figure di spicco della cultura pop. Si è parlato di Damon Albarn (frontman di Blur e Gorillaz), ipotizzando una sovrapposizione tra la sua estetica multimediale e quella dell’artista; si è speculato su Robert Del Naja dei Massive Attack, suggerendo che Banksy potesse essere un collettivo di artisti capace di colpire simultaneamente in angoli opposti del pianeta. Non è mancata la teoria su Thierry Guetta, la figura tragicomica e geniale protagonista del documentario candidato all’Oscar “Exit Through the Gift Shop” (2010). In quel film, Banksy ribalta il canone del documentario d’arte, portandoci a dubitare se Guetta sia un vero artista, un diversivo o una creatura di Banksy stesso creata per sbeffeggiare il mercato.
Estratto: Exit Through the Gift Shop (2010)
L’evoluzione di Banksy da writer illegale a icona globale è stata analizzata in lavori come “Banksy and the Rise of Outlaw Art” (2020), che documenta la sua venuta alla ribalta con la mostra Turf War (2003) e le sue celebri “incursioni” nei templi dell’arte istituzionale. Ricordiamo ancora quando l’artista riuscì a appendere clandestinamente le proprie opere nelle sale del British Museum o della Tate Britain, spacciandole per reperti storici o ritratti classici “contaminati” da maschere antigas o segnali stradali.
Trailer: Banksy and the Rise of Outlaw Art (2020)
La sua carriera è costellata di provocazioni che hanno scosso il sistema dei prezzi. Celeberrimo il caso di “Girl with Balloon”, battuta all’asta da Sotheby’s per oltre un milione di sterline e immediatamente scivolata in un tritacarte nascosto nella cornice sotto gli occhi attoniti dei presenti. Quell’opera, parzialmente distrutta e rinominata Love is in the Bin, è stata rivenduta nel 2021 per la cifra record di 18,5 milioni di sterline. Ma qui sorge il dubbio fondamentale: quanto ha contribuito la segretezza dell’identità ad alimentare questa macchina mediatica?

È innegabile che l’anonimato sia stato la più grande operazione pubblicitaria del secolo. Nascondere l’identità non è stata solo una necessità legale per sfuggire alle accuse di vandalismo, ma una strategia per permettere all’opera di parlare da sola, senza il “rumore” della biografia individuale. Banksy è diventato un brand proprio perché non aveva un volto: chiunque poteva identificarsi nel suo messaggio. Conoscere oggi i suoi dati anagrafici — sapere che si chiama Robin, che ha una certa età o un certo indirizzo — aggiunge davvero qualcosa alla potenza comunicativa del Lanciatore di fiori o dei suoi ratti?
Probabilmente no. L’ossessione per l’identità è un bisogno del sistema — giuridico, fiscale, giornalistico — ma per l’arte di Banksy, la scoperta del nome rischia di essere un “disincanto” controproducente. Se l’eroe diventa un cittadino comune, la guerriglia visiva perde la sua aura mitologica. Inoltre, questo svelamento forzato potrebbe influenzare pesantemente le future quotazioni: il mercato dell’arte si nutre di mistero, e la “normalizzazione” di Banksy potrebbe paradossalmente sgonfiare l’interesse dei collezionisti che acquistano non solo un’opera, ma un pezzo di leggenda urbana.

D’altra parte, osservando le sue ultime installazioni in zone di conflitto, dall’Ucraina alla Palestina, emerge chiaramente che la forza del suo messaggio prescinde dal nome. Banksy ci insegna che la vera metamorfosi dell’arte avviene quando il “chi” scompare per lasciare spazio al “cosa”. Forse la sua vera vittoria risiede nel fatto che, dopo trent’anni, il suo messaggio di resistenza è così radicato che l’identità del creatore è diventata l’ultima, irrilevante nota a piè di pagina di un’opera che, nata nell’ombra, ha finito per illuminare le contraddizioni del nostro tempo.

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