Dalla soglia di Roma ai Seagram Murals: il mio Mark Rothko tra rito e silenzio

Il silenzio che accoglie il visitatore nelle sale di Palazzo Strozzi a Firenze, in occasione della grande retrospettiva dedicata a Mark Rothko, non è una semplice assenza di rumore, ma una densità vibrante che sembra sospendere il tempo lineare della città rinascimentale. L’arrivo dell’opera di Rothko in questo contesto non è un evento fortuito, ma una sorta di cortocircuito necessario tra la sacralità dell’Umanesimo e la spiritualità laica e tragica dell’Espressionismo Astratto americano.

Per chi, come me, ha iniziato a dialogare con le sue campiture cromatiche quasi tre decenni fa, questa mostra rappresenta molto più di un appuntamento editoriale o critico; è il ritorno a una domanda ontologica che mi accompagna dai tempi del liceo, attorno all’anno 2000. Ricordo con estrema nitidezza il momento in cui, a Roma, decisi di acquistare una riproduzione di Untitled, Green, Red on Orange del 1951. Fu un atto di elezione estetica che si concluse presso la bottega “L’image”, a Piazza San Luigi de’ Francesi, dove feci incorniciare quella stampa. In quel gesto c’era già la consapevolezza che Rothko non offrisse decorazione, ma uno specchio profondo e talvolta spaventoso in cui riflettersi.

Quella passione giovanile trovò una solida base intellettuale qualche anno dopo, nel 2008, con la lettura del monumentale volume curato da Oliver Wick, un testo che ancora oggi considero una bussola imprescindibile per chiunque voglia sottrarre l’artista alla banalizzazione dei cataloghi di arredamento. Nello stesso anno, il viaggio alla Tate Modern di Londra per la storica mostra dedicata ai Seagram Murals segnò il punto di non ritorno. Trovarsi al cospetto di quelle opere, concepite originariamente per un ristorante di lusso e poi negate dall’artista perché troppo “potenti” per un ambiente di consumo, mi insegnò la vera statura morale di Rothko. Lì compresi che il colore non era un fine, ma un mezzo per raggiungere quelle che lui definiva le emozioni umane fondamentali: tragedia, estasi, rovina.

Rothko non dipingeva quadri, ma costruiva spazi di meditazione, cappelle dell’anima dove il limite della tela doveva scomparire per permettere all’osservatore di essere letteralmente assorbito dal colore.

Oggi, la mostra di Palazzo Strozzi si inserisce in un panorama culturale complesso, dove l’opera di Rothko rischia paradossalmente di essere vittima del suo stesso successo estetico. Viviamo in un’epoca in cui la “moda” del minimalismo cromatico ha trasformato le sue visioni in icone pop, sfondi per selfie o simboli di uno status symbol raffinato ma svuotato di senso. È un fenomeno che rischia di snaturare profondamente l’intenzione di un uomo che visse la pittura come un’esperienza religiosa e sofferta. La sfida di questa esposizione fiorentina è proprio quella di restituire a Rothko la sua corretta posizione nella storia dell’Arte Contemporanea Americana: non quella di un placido decoratore d’interni, ma quella di un filosofo del colore che, insieme a colleghi come Pollock o Newman, cercava di dare una risposta al vuoto spirituale del secondo dopoguerra. Mentre l’Action Painting di Pollock esplodeva in un dinamismo muscolare, Rothko sceglieva la via della stasi assoluta, di un’energia compressa che sembra sempre sul punto di esplodere o di implodere.

Green, Blue, Red, 1955

L’esposizione di Firenze riesce magistralmente a documentare questo percorso, dai primi esperimenti figurativi e surrealisti fino alla sintesi estrema dei Multiforms e alle grandi icone rettangolari che lo hanno reso immortale. La scelta di Palazzo Strozzi di curare l’illuminazione e il ritmo delle sale permette di recuperare quel senso di “presenza” che è il cuore pulsante del lavoro di Rothko. Non siamo di fronte a oggetti da osservare a distanza, ma a presenze che ci interpellano.

La sua pittura è un atto di resistenza contro il rumore del mondo, un invito a fermarsi davanti all’immensità di un rosso che diventa sangue o di un nero che si trasforma in soglia verso l’ignoto.

In un tempo che ci vorrebbe levigati e invulnerabili, la mostra ci ricorda che siamo, fondamentalmente, materia che trema. La forza di Rothko, che emerge in modo prorompente a Firenze, risiede proprio in questa capacità di comunicare l’universale attraverso l’imperfezione del gesto pittorico, dove i bordi sfumati delle sue nuvole di colore non sono segni di incertezza, ma la dimostrazione della porosità dell’essere. Uscendo dalle sale di Palazzo Strozzi, resta la sensazione che quel dialogo iniziato nel 2000 in una piccola piazza di Roma non si sia mai interrotto, ma si sia solo caricato di nuove, necessarie ombre.

Violet, Green and Red, 1951

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