Tornare a scrivere di Chiharu Shiota significa, in qualche modo, riannodare un filo che non si è mai spezzato. Qualche tempo fa, su queste stesse pagine di Diwali – Rivista Contaminata, avevamo esplorato il nido di quella “gazza ladra” che, con dedizione cerimoniale, raccoglieva migliaia di chiavi per sospenderle in un oceano di trama rossa alla Biennale di Venezia. In quell’occasione, l’opera A Key in the Hand ci era apparsa come una gigantesca materializzazione dell’assenza, un archivio tridimensionale di storie individuali protette da ingegni metallici ormai muti. Eppure, il lavoro di questa artista giapponese, berlinese d’adozione, non smette di rigenerarsi, chiedendoci oggi una nuova sosta, un nuovo sguardo capace di abbracciare non solo una singola installazione, ma l’intera traiettoria di una poetica che fa tremare l’anima.

Il percorso di Chiharu Shiota è un’erranza costante tra geografie fisiche e spirituali. Nata a Osaka nel 1972, Shiota ha intrapreso un viaggio che l’ha portata dall’Australia alla Germania, dove ha studiato con figure del calibro di Marina Abramović e Rebecca Horn. Questo retroterra di performance e arte corporea ha lasciato una traccia indelebile nel suo modo di intendere l’installazione: le sue ragnatele di filo non sono mai semplici decorazioni spaziali, ma estensioni del sistema nervoso, proiezioni esterne di un’interiorità che cerca disperatamente di connettersi con l’Altro. La sua biografia è segnata da una tensione tra l’appartenenza alle radici nipponiche e la libertà espressiva del contesto europeo, una condizione di “stare nel mezzo” che è diventata il motore pulsante della sua visione artistica.
Recentemente, visitando l’installazione Between Worlds all’Istanbul Modern, questa sensazione di trovarsi in una terra di confine è emersa con una forza dirompente. Istanbul, città sospesa per antonomasia tra Asia ed Europa, tra il Mar di Marmara e il Mar Nero, è diventata per Shiota lo scenario ideale per riflettere sul tema della migrazione e del viaggio. Le navi che attraccano e partono dal porto di Karaköy, cariche di storie e destini incrociati, hanno ispirato una rete di fili rossi che avvolge l’intero spazio della galleria. All’interno di questa massa intricata, come frammenti di un naufragio o bagagli pronti per una partenza imminente, galleggiano valigie vecchie e usurate. Per Shiota, la valigia è l’archetipo del movimento: contiene l’essenziale, la memoria di ciò che siamo e la promessa di ciò che diventeremo. Vedere quelle valigie sospese nel vuoto, trattenute solo dal colore del sangue e del destino, ha restituito con estrema lucidità il senso di precarietà e speranza che accompagna ogni spostamento umano. Il rosso, il colore prediletto dall’artista, non è qui solo un elemento cromatico, ma il simbolo del flusso vitale che scorre nelle vene, la connessione invisibile che lega le persone nonostante le distanze chilometriche o temporali.
Questa stessa densità emotiva si ritrova espansa e approfondita nella grande mostra monografica The Soul Trembles, attualmente ospitata al MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino. È una mostra che, per la prima volta in Italia, permette di ripercorrere l’intera produzione di Shiota, dai disegni giovanili alle monumentali installazioni ambientali. Il titolo stesso suggerisce la natura dell’esperienza: un tremore, una vibrazione che non è solo estetica ma viscerale. A Torino, l’artista dialoga con lo spazio settecentesco di Palazzo Mazzonis, portando una ventata di contemporaneità che interroga profondamente il visitatore. Uno dei momenti più alti del percorso torinese è l’opera In Silence, dove un pianoforte bruciato e file di sedie vuote sono prigioniere di una fitta foresta di fili neri. Qui, il nero sostituisce il rosso per evocare il silenzio, il buio della notte, il vuoto cosmico. Il fuoco ha distrutto lo strumento, ma la musica rimane come una traccia energetica visualizzata nello spazio attraverso la trama. Shiota ci dice che l’esistenza non finisce con la distruzione della materia, ma prosegue nell’assenza, in ciò che resta quando il suono si è spento.

La poetica dell’assenza è forse il nucleo più profondo del lavoro di Shiota. L’artista utilizza oggetti d’uso quotidiano — scarpe, chiavi, valigie, vestiti — che portano con sé l’impronta di chi li ha posseduti. Un vestito bianco, come quello presente nell’opera Reflection of Space and Time, non è solo un indumento, ma una seconda pelle che evoca la presenza di un corpo ormai svanito. Nelle sue reti, gli oggetti sembrano lottare per non affondare nell’oblio, trattenuti da migliaia di nodi che l’artista e i suoi assistenti tessono con pazienza infinita. È un lavoro di cura, una sorta di preghiera laica che cerca di dare forma all’intangibile: i ricordi, i sogni, le emozioni che spesso non trovano parole. Shiota tesse per non dimenticare, per fissare un momento o un sentimento prima che la corrente del tempo lo porti via.
L’installazione Accumulation – Searching for the Destination, anch’essa presente al MAO, con le sue centinaia di valigie oscillanti, richiama direttamente l’esperienza di Istanbul e quella di Venezia, chiudendo un cerchio ideale. Il viaggio è inteso come l’archetipo del percorso di vita di ognuno di noi: siamo tutti viandanti alla ricerca di una destinazione che spesso non è un luogo geografico, ma uno stato dell’essere. Il movimento delle valigie suggerisce un’inquietudine, una ricerca incessante che non conosce sosta. Shiota ci invita a interrogarci su cosa mettiamo nei nostri bagagli invisibili, su quali legami decidiamo di conservare e quali fili siamo disposti a recidere.
In un’epoca dominata dal digitale e dall’immaterialità virtuale, l’arte di Chiharu Shiota ci riporta prepotentemente alla materia, alla tattilità del filo e alla pesantezza dell’oggetto reale. Eppure, paradossalmente, lo fa per parlare di ciò che non ha corpo. Le sue ragnatele sono mappe di una geografia interiore dove non esistono confini rigidi, dove l’io si confonde con l’universo. Il filo bianco, usato talvolta dall’artista come nell’opera The Sense of Snow al MUDEC di Milano, aggiunge un ulteriore livello di significato: la purezza, la fragilità del fiocco di neve, la metafora dei rapporti umani che nascono e si sciolgono con la stessa rapidità di un evento meteorologico.

La visione di Shiota è dunque una visione unitaria, che attraversa i decenni mantenendo una coerenza rarissima. Dalla performance degli esordi, in cui lei stessa si faceva corpo tra i fili, alla monumentalità delle installazioni attuali dove lo spettatore è invitato a entrare e diventare parte dell’opera, il fine rimane lo stesso: creare uno spazio di contemplazione e di immedesimazione. Essere circondati dalle sue reti rosse a Istanbul o camminare tra i suoi pianoforti neri a Torino provoca una sorta di vertigine, la consapevolezza di far parte di un tutto più grande e misterioso. È un’arte che non spiega, ma che accade, che richiede presenza fisica e silenzio mentale. La “gazza ladra” di Shiota ha smesso di essere solo una raccoglitrice di oggetti per diventare una tessitrice di destini. Le sue opere sono nodi di memoria che resistono alla dissipazione, sono urla silenziose che ci ricordano la nostra comune vulnerabilità. Che si tratti delle chiavi di Venezia, delle navi di Istanbul o degli abiti di Torino, il messaggio dell’artista rimane un invito al riconoscimento reciproco. Siamo tutti legati da questi fili invisibili, siamo tutti parte di una trama che si estende oltre il nostro sguardo, collegando il passato al futuro in un presente vibrante e incerto. Shiota ci insegna che, sebbene la fine del nostro tempo scioglierà inevitabilmente la trama, l’atto di tessere è l’unica vera resistenza possibile all’oblio. La sua arte è un monumento alla vita che trema, che soffre, che spera e che, nonostante tutto, continua a fluire nelle infinite direzioni di una Babele dei sentimenti che finalmente trova, nel segno del filo, un linguaggio universale.

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