SCENA PRIMA: L’Ascesa al Limite, 1920-1930
L’ombra lunga sul palco della Sala Grande del Conservatorio di Mosca. La folla è in lacrime, in un silenzio che taglia l’aria. Vladimir Horowitz (1903-1989), il “figlio prediletto,” era l’apice della tecnica trascesa in pura interpretazione. Il suo genio non era solo una questione di tecnica, ma una questione di suono. Un timbro che, per potenza e varietà, non trovava eguali: un pianismo orchestrato, capace di evocare ruggiti di ottone nelle ottave e sussurri di velluto nei pianissimi.

È l’apice della tecnica che si fa grazia, come nella sua memorabile Träumerei di Schumann, un momento in cui l’uomo che ha lottato contro il buio interno svela la dolcezza. Vladimir Horowitz – Schumann: “Traumerei” (Dreaming – No. 7) From Kinderszenen, Op. 15. Rec. 1986.
Il suo apprendistato fu fulmineo, benché non si formò con Scriabin, la cui influenza mistica e complessa sentì fortemente. La sua vera maestra fu Tatiana Nazarova a Kiev, che comprese e assecondò la sua furia esecutiva. L’esordio trionfale a Berlino nel 1926 e l’arrivo negli Stati Uniti nel 1928, dove debuttò alla Carnegie Hall con il Concerto per Pianoforte N. 1 di Tchaikovsky, furono le tappe di una fuga: scappato dall’Unione Sovietica in piena Guerra Civile, Horowitz non tornò per oltre sessant’anni, trovando in America la libertà e il palcoscenico per il suo virtuosismo.
SCENA SECONDA: Fiamme, Contrasti e Compagni di Viaggio
La sua biografia si intreccia con i giganti. Sergei Rachmaninoff, che lo considerava l’interprete definitivo della sua musica, lo accolse come un figlio. Il Terzo Concerto per pianoforte, un monumento di romanticismo e bravura, divenne la sua cifra, la cartina di tornasole del suo fuoco interiore.
Il suo virtuosismo era tale da trasformare in atti di forza quasi demoniaca anche le sue trascrizioni, come quella della Rapsodia Ungherese N. 2 di Liszt, Liszt: Hungarian Rhapsody No. 2 in C# minor (Vladimir Horowitz, 1953) HQ Audio – Stereo.
Cruciale, e drammaticamente complessa, fu l’unione con Wanda Toscanini, la figlia del leggendario direttore Arturo Toscanini. Il loro matrimonio (1933) fu un’unione di opposti: Wanda, figura di austera severità, divenne l’ancora e la “guardiana” che tentava di dare ordine alla fragilità temperamentale del maestro. La relazione con il suocero, Toscanini, fu intensa e professionale, una collaborazione che diede vita a performance incendiarie, ma anche tesa, poiché il rigore del direttore mal si conciliava con la libertà interpretativa di Horowitz. Il matrimonio fu segnato dal dolore immenso per la tragica e prematura scomparsa della loro unica figlia, Sonia.

SCENA TERZA: Il Ritiro e la Ricerca del Suono
Questa vita in bilico tra successo delirante e abisso fu scandita da profonde crisi depressive e ritiri dal palco, tra il 1953 e il 1965, periodi di silenzio assoluto interrotti talvolta da trattamenti estremi come l’elettroshock. Le voci sulla sua presunta omosessualità aggiunsero uno strato di conflitto e sofferenza in un’epoca di repressione.
Questa fragilità era bilanciata da un rigore quasi maniacale per lo strumento. Horowitz utilizzava esclusivamente pianoforti Steinway, con cui aveva un rapporto simbiotico. La casa produttrice realizzò per lui un modello speciale, e la sua fissazione per il suono era tale che, in ogni tournée trionfale (come la storica tournée in Europa negli anni ’80 culminata nel concerto a Mosca), egli esigeva di viaggiare con il suo pianoforte personale, sempre accompagnato dal suo fidato accordatore, un rito che garantiva la perfezione timbrica.

Non ebbe veri e propri eredi o “allievi” nel senso classico, ma la sua tecnica e l’audacia interpretativa influenzarono generazioni, da Byron Janis (che fu un suo protetto) a una vasta schiera di pianisti contemporanei che studiarono le sue registrazioni. Mentre critici come Virgil Thomson lo attaccarono per presunte “distorsioni” del testo, il pubblico e i musicisti lo veneravano per l’elettricità delle sue esecuzioni.
EPILOGO: La Leggenda
Horowitz non cercò mai il plauso per la tecnica fine a sé stessa, ma per l’atto intellettuale ed emotivo dell’interpretazione. Verso la fine della sua vita, ricevette il meritato riconoscimento per aver nobilitato l’arte: dalla Medal of Freedom americana alla Légion d’Honneur francese.
È stato l’ultimo, vero poeta del pianoforte, la cui vita fu un’incessante ricerca di armonia che sapeva trovare solo tra i tasti. Dopo la sua morte, la sua considerevole eredità, inclusa la vasta collezione d’arte e i diritti d’autore sulle registrazioni, fu gestita principalmente dalla moglie Wanda. Ma l’eredità più grande è spirituale: l’insegnamento che la vera arte nasce dal superamento del limite, sia esso tecnico o interiore. Horowitz: Schubert – Impromptu No. 3 in G flat Major, Op. 90 D 899, Live 1986.


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